IL PADRONE DEI CORVI

1

Il mio fratellino ha nove anni quando per la prima volta decido di ucciderlo.

Durante la notte, la neve è caduta sulle rovine frastagliate della nostra terra. Al mattino mi rendo conto che mi seguirà fuori se lo chiamo. Come un puledro con una goffa andatura zoppicante, inciamperà tra i cumuli di neve, e io lo potrei lasciare al ghiaccio e al vento, all'ombra di un edificio cinto da tre mura. Anch'io piangerò quando troveranno il suo corpo. Quando il lutto sarà finito, però, sarò l'unico vero figlio di mio padre. "Cam," mi chiamerà, e io mi inginocchierò davanti a lui.

Mio padre. Il Padrone dei Corvi. Il Messo delle Cornacchie. Il Re dei Merli.

Mi metto gli stivali invernali, annodo i ruvidi lacci.

Il mio fratellino mi chiede, "Cam, dove stai andando?"

"Fuori," gli dico.

"A giocare con la neve?"

"A guardarla."

Quando è nato, gli hanno dato il nome di Taliesin. Il suo è un mondo senza miti, naturalmente. Cose simili sono perite nei grandi roghi; libri, storie, tutte le vecchie parole. Tuttavia, il nome porta un significato di risplendente potere, fronte luminosa. Cameron significa naso storto.

Fuori il sole risplende sulla neve e mi riparo gli occhi dal suo sguardo penetrante. Il mio fratellino non si è vestito in modo adeguato per il freddo. Quando rabbrividisce mi lancia occhiate furtive, per vedere se lo noto. Faccio finta di no.

"Andiamo," dico.

Il mio fratellino ha solo nove anni ma è testardo, determinato. Avrò quattordici anni il prossimo autunno e le mie gambe sono molto più lunghe delle sue, sebbene mio padre dica che saranno per sempre così. Tra l'altro, mia madre era una zingara. Sono nato durante i giorni più tumultuosi di mio padre, tra l'olio dei motori e il lubrificante delle motrici. Significa che sono forte, ma gli zingari sono dei vagabondi. Non potrei mai ereditare gli uccelli di mio padre.

Taliesin, fragile e viziato, che ha ucciso la sua fragile e viziata madre, inciampa accanto a me. Gli afferro il braccio. Non morire ancora, penso. È troppo presto. Non morire.

"Ci fermiamo adesso?" gli chiedo.

Non risponde.

"Ho portato il pranzo," dico.

Ancora si rifiuta di parlare, ma il suo stomaco avrà la meglio su di lui. Lo lascio dov'è a spazzolare via la neve da un muro fatiscente, e abbastanza presto appare dietro l'angolo per osservarmi mentre mangio.

Come lo farò? mi domando. Potrei far finta che stiamo facendo un gioco e poi abbandonarlo, coprendo le tracce che abbiamo fatto sulla strada di ritorno a casa. Tuttavia le possibilità che lo trovino o che lui trovi la strada di casa sono troppo elevate. Cosa farà mio padre quando saprà che lo lasciato tra la neve, o quando le accuse del mio fratellino mi condanneranno all'esilio?

"Bene," dico, dopo che ha mangiato a sazietà il mio cibo. "Andiamo."





Fallo smarrire nei boschi. Sfidalo a buttarsi da una finestra. Mandalo in un alveare. Spingilo giù per la rampa di scale segnata come pericolosa.

Si ammala così spesso in inverno: portalo fuori, febbricitante, al freddo. Lascialo accovacciarsi con te tutta la notte sotto la pioggia. Lascialo vagabondare in giro mentre campeggi. Lascia che dia fastidio agli animali selvaggi. Lasciaglielo fare, stupido com'è.

Da sette anni il mio fratellino elude la morte, e sto cominciando a credere che sia benedetto dalla grazia di un qualche destino che io non posso persuadere. Si è rotto la stessa caviglia due volte però, e qualche volta quando corre la sua andatura rivela una claudicazione. Non mi biasima per niente. C'è una cicatrice sulla sua spalla sinistra e sulla parte di sotto del suo avambraccio sinistro, di quella volta in cui era caduto per delle scale putrefatte e aveva raspato per riacchiapparsi sul legno scheggiato. Sono stato io a togliergli le schegge dalla pelle, sotto gli occhi scuri di mio padre.





Mio padre parla agli uccelli. È quello il suo dono. Ho sentito che si diceva che mio padre abbia finito per rassomigliare a loro, e che io sia il figlio-corvo. Quando ero molto giovane, mi aveva messo le loro penne nei capelli, il che giustifica la rassomiglianza. Per tutta la mia vita ho osservato mio padre e l'ho ascoltato, finché per abitudine non ho finito per capire la lingua degli uccelli neri. Non vengono da me quando li chiamo. Finché mio padre vive, sono suoi. Mi dà un piccolo e prezioso conforto sapere che Taliesin non è affatto un uccello.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno, mio padre mi prende da parte.

"Cam," dice.

Come nei miei sogni ad occhi aperti, mi inchino a lui. Mi inginocchio. Potrebbe aver capito l'errore dei miei modi, visto il valore nelle mie mani più svelte. Gli uccelli lasciano che li nutri, e beccano semplicemente le dita del mio fratellino.

"Gli insegnerai cosa sai," mi dice mio padre. "Sugli uccelli e sui loro modi di fare. Sarà dura; non si fidano di lui."

"Lo farò," lo giuro, baciando il dorso della mano di mio padre.

"È il tuo pupillo allora." Mio padre mi dà una pacca sulla schiena con la sua larga mano. Conosco le cicatrici di ogni dito, la pietra nera del suo anello preferito. "Ti darà retta."





Il piano dove vive la colonia di corvi è il posto più in alto della casa di mio padre. Il pavimento è cosparso da penne nere e lucide. Odora di uccelli. È stato sempre il mio posto preferito, quello di mio padre e il mio, e inviolato finché non ho fatto come mio padre mi ha detto, e ho portato il mio fratellino a vederlo.

Il mio fratellino ha sedici anni ed è fiero di sé. Questo posto sarà suo, con i suoi segreti e gli scheletri dei topi. Lo sa. Mentre bado agli uccelli, lui gioca con una manciata di penne, infilandosele dietro le orecchie o intrecciandole nei capelli, ma non sono del giusto colore: i suoi capelli sono troppo raffinati. Il mio fratellino sembra un idiota.

I corvi sono d'accordo con me.

I corvi non hanno bisogno di un nome. Assedia una cornacchia con una perlina di vetro o con una moneta, e la sua fiducia è tua per tutto il giorno. Non si possono far passare i merli come una buona procreazione. Nessun uccello è legato alla proprietà della linea di discendenza. 

"Quello lì ha un nome?" domanda il mio fratellino.

"Nessuno ce l'ha."

"Oh." Scuote la testa come un cane, con le penne che gli danzano intorno. "Che stupidaggine. Come li chiami allora?"

"Sono i corvi di tuo padre."

"Forse," dice il mio fratellino. "Forse darò loro dei nomi."

Come osa.

La testa del corvo sotto la mia mano si adatta al mio palmo, liscio e caldo. Il cervello di un corvo non è molto più grande della punta del mio pollice. Gli occhi di un corvo sono piccoli, lucenti e completamente neri. La luce che catturano gli occhi di un corvo, non il suo becco gradualmente piegato o le sue ali lisce, è il linguaggio dei corvi.

Sul posatoio, i corvi più vecchi di mio padre si lisciano le penne col becco. Abbiamo formato un'alleanza contro l'intruso. Lo tolleriamo solo perché  dobbiamo, quella specie di confusionario infame.

"Dai, allora," dico. "Allunga la mano."

"Non dicono nulla," dice il mio fratellino. È nervoso. Quando si avvicina lentamente e fa come gli ho detto, il corvo più vecchio di mio padre lo fissa di traverso, nel modo in cui il mio fratellino guardava le persone quando diceva le bugie. "Mi mordono le dita, Cam."

"Mi stai ascoltando," cerco di spiegare. "Non è così che si fa."

"Mio padre ascolta."

"Tuo padre osserva." Prendo il polso del mio fratellino e lo costringo a rilassare le dita. "A tutte le cose piace essere toccate. Ma devi lasciare che ti dicano come toccarli nel modo giusto."

Mette la mano tremolante sulla schiena del corvo.

Il corvo dice, potrei artigliare quella mano se non fosse per quell'uomo. Il corvo dice, il ragazzo è troppo spaventato. Il corvo dice, per quanto a lungo mi toccherà con la sua mano sudata e tremula?

"Sa che sei spaventato," dico. "Non gli lascerai pensare questo?"

"Mi mordono le dita," ripete. "Lo fanno sempre."

Digrigno i denti. "Sono gli uccelli di nostro padre. Un giorno saranno tuoi," dico.

"Preferiscono te." Il mio fratellino ride. Lascio andare il suo polso e allontana di scatto la mano. Un uccello più giovane gli si sarebbe scagliato contro, per fargli sapere il suo errore, ma non gli avrebbero mai fatto del male. Obbediscono a mio padre, come me.

Il corvo dice, è ancora giovane. Il corvo dice, più giovane di quanto lo fossi tu. Il corvo dice anche, gli hai contuso il polso. Nemmeno il corvo sarebbe arrivato fino a questo punto. Gli uccelli di mio padre hanno sempre avuto più buonsenso di me.

"Tu," propone il mio fratellino, "ti prenderai cura di loro per me?"

"Non sono miei," dico bruscamente. "Se lasci che ti spaventino, ti rinchiuderò qui dentro per tutta la notte."

"Nostro padre te lo permetterebbe—" inizia a dire il mio fratellino. I corvi lo stanno tutti guardando, e io sono dalla loro parte, lo guardo anch'io. Il mio fratellino ha un viso bianco e stretto, che diventa sempre più infelice in presenza degli uccelli di mio padre. "Se tu lo facessi," conclude. Le sue guance sono arrossate e i suoi occhi colpevoli.

"Basta per oggi," gli dico, attento a nascondere l'amarezza nella mia voce. Dovrebbe essere dispiaciuto, ma invece è sollevato.

Quella notte, dopo che Taliesin è andato a letto, mio padre mi chiede com'è andata. Il nostro primo giorno.

"Non piace agli uccelli," gli dico.

La delusione di mio padre presto mi insegna quando mentire.





Taliesin non migliora affatto. Perfino il corvo più vecchio di mio padre riesce ad essere a mala pena paziente con le sue mani insicure, e gli uccelli più giovani trovano piacere nel tormentarlo. Se volto la schiena, gli piombano in testa uno dopo l'altro: una raffica di penne, becchi e quant'altro. La prima volta che gli hanno giocato questo tiro, l'ho visto asciugarsi il naso sul dorso della mano. Dopodichè è rimasto immobile e li ha lasciati stuzzicarlo come volevano.

Mi vergogno di lui. È il figlio prescelto di nostro padre. Il suo dovere è far sì che gli uccelli di nostro padre obbediscano alla sua volontà, non alla mia.

Ogni giorno, come l'ultimo, è sempre la stessa assurdità.

"Non posso farlo," urla Taliesin. È tardi; ha fame. È passata una settimana e non è cambiato nulla. Anch'io sono stanco, e i corvi si sentono oltraggiati da lui, ma resistiamo al suo trattamento indegno per il nostro re. Il mio fratellino non ha simili rimorsi. Nella sua frustrazione getta all'aria le sue braccia snelle per proteggersi la testa e finisce per colpire un uccello. Confuso e arrabbiato, il corvo gli artiglia la faccia. Tre linee sottili di sangue appaiono sulla guancia e sul mento del mio fratellino. Si tocca i graffi, si spalma il sangue, come se non potesse credere che sia lì.

A causa di ciò, dovrò uccidere l'uccello.

Afferro il mio fratellino per il colletto e lo butto contro il muro della colonia, abbastanza forte da far scuotere le travi. Tutti i corvi ci stanno guardando.

"Guarderai anche tu," dico. "Non provarci nemmeno a distogliere lo sguardo—guarderai tutto quanto."

Potrei spezzare il collo del corvo con le mani ma la morte sarebbe troppo esangue, troppo pulita. Prendo il mio coltello invece, sussurro le mie scuse, e gli taglio lo stomaco aperto. È un'uccisione rapida, gentile, ma gli organi dell'uccello si versano sulle mie mani e sul pavimento. L'odore è intenso e nauseante.

Marco il viso del mio fratellino con le mie mani insanguinate.

"È tuo," gli dico. "È quello che mi hai fatto fare."

Almeno non distoglie lo sguardo.



"Manchi di indulgenza," dice mio padre.



Le scale che portano alla colonia di corvi sono ripide e strette. Quando ho portato il fratellino in questo posto la prima volta, teneva avvinghiato il dietro della mia camicia con la sua mano mentre le salivamo. Anche adesso sento la pressione del suo bisogno, ma, proprio come mio padre, non posso sempre proteggerlo come vuole.

"Si fidano ancora di te?" chiede. "Gli uccelli di nostro padre—daranno la colpa a te per quello che è successo?"

"Daranno la colpa a entrambi," dico.

"Non posso ritornare lì." Il mio fratellino si appoggia pesantemente contro la porta. Forse prova più vergogna di quella che ho provato io per tutto questo tempo. La mia rabbia si attenua, sebbene macchi ancora il mio campo visivo. "Cam—mi odiano."

"Non è una tua scelta," dico.





Quella notte il mio fratellino va disperso. Mio padre mi incarica di trovarlo, mi fa giurare come sempre sul suo anello. Se solo mio fratello fosse morto come tutti avevamo pensato che succedesse. Se solo la febbre prima del suo quinto compleanno l'avesse reclamato, o quella prima dell'ottavo compleanno. Se solo fossi stato abbastanza forte da lasciarlo tra la neve, quando non era né più vecchio né più forte di nove anni. Avrebbe pianto fino ad addormentarsi dove si era seduto, il freddo l'avrebbe reclamato così facilmente.

Non penso di conoscere mio fratello abbastanza bene da sapere dove si potrebbe nascondere. So che è rapido a spaventarsi e ancora più rapido a piangere, e non riesce a scusarsi. So il modo in cui la sua mano trema quando si avvicina ai corvi vecchi. Possiede un certo tipo di coraggio, suppongo. Quando è caduto dalle scale ha urlato ma non ha pianto, e quando gli ho suturato la ferita sul morbido braccio mi ha ringraziato. A parte ciò, non c'è molto di lui da segnalare. La maggior cosa che so di lui è che chiede aiuto quando non ne ha bisogno.

"E come ti comporteresti," mi chiese una volta mio padre, "se tua mamma fosse morta?"

Mio padre potrebbe anche chiedere ai suoi corvi di trovare il suo piccolo figlio. Se non lo farà, allora lo farò io.

La colonia di notte è tranquilla. Sono stato qui prima per vedere gli uccelli di mio padre, o per osservarlo mentre li guarda. Mio padre è il Re dei Merli. Un giorno servirò il mio fratellino nello stesso modo in cui servo lui.

Il corvo più vecchio di mio padre mi dice, è qui—le cornacchie lo rendono nervoso. Il corvo più vecchio di mio padre mi dice, è qui da quattro ore.

Tutti e due siamo sorpresi. Il mio fratellino odia questo posto. Gratto le penne sul petto del vecchio uccello, che mi osserva da una parte all'altra.

Perché non vado da lui?

Suppongo di doverlo fare.

Lo sto a guardare nel bel mezzo dello schiamazzo degli uccelli. Le cornacchie sono riunite all'angolo estremo della colonia, dove vanno e vengono davanti alla finestra rotonda. Lì è dove il mio fratellino sta seduto. Non riesco a vederlo con tutta l'oscurità e i corpi fruscianti degli uccelli tra di noi, ma so com'è seduto: con le ginocchia al petto e il suo mento appuntito appoggiato tra di esse.

Sembra infelice quando mi siedo accanto a lui.

"Sono tutti preoccupati," dico.

"Non tutti," mormora.

"Anche uno solo sarebbe abbastanza."

"Non è che sono scappato via." Il mio fratellino si asciuga il naso. È troppo grande per questo. Intorno a noi le cornacchie si mischiano da una parte all'altra, come se fossero tutte piccole parti di una grossa bestia.

"Guarda," dico. "Le cornacchie."

"Le sto guardando."

"Le cornacchie di tuo padre," dico. "Come tutte le cornacchie, lavorano insieme. Ecco come le devi usare. I corvi sono differenti. E i merli. Devi imparare come guardarli, così che faranno per te ciò di cui hai bisogno."

"Pensavo di dover dormire qui," ammette. "O almeno ci avrei provato."

Tutto questo tempo, penso, e non ho potuto ucciderlo. Eppure sarebbe dovuto essere così semplice. "Avresti potuto dirlo a qualcuno."

"Hai detto che mi avresti rinchiuso qui finché non avevo più paura di loro. Non l'hai fatto." Taliesin si asciuga di nuovo il naso.

"È freddo quassù."

"Mi sono dimenticato di portare una coperta."

Sospiro. Le cornacchie si scambiano sguardi oscuri da cornacchia, finché non allungo la mano e gli faccio cenno di avanzare su di noi. Si sollevano insieme in avanti come un'ondata finché non minacciano di inghiottirci come il mare. Il mio fratellino trema vicino a me. "Affrontale," dico. "Ti terranno al caldo se le affronti."

"Tu sai come chiederglielo," insiste Taliesin. "Io no." Gli afferro il mento e lo costringo a guardarle, i loro occhi luminosi di intelligenza e del chiaro di luna.

"Siamo stanchi," dico. "Siamo infreddoliti. Diglielo."

Il mento testardo del mio fratellino si indurisce nella mia mano. Guarda in cagnesco le cornacchie, come se questo potesse aiutarlo. Ha ancora paura di loro. Le cornacchie non faranno nulla per te se sanno che hai paura.

"Tieni," dico. Gli metto una moneta sul palmo. "Dagli questo."

"Tu," dice. "Tu le vuoi corrompere?"

"Questo è il linguaggio che le cornacchie comprendono," spiego. "Catturaci la luce della luna."

Allunga verso di loro la moneta nello stesso modo in cui dà da mangiare al suo cane preferito. Lo colpisco a gomitate finché il suo braccio non si scuote, e la moneta risplende. Gli occhi delle cornacchie la riflettono. Ci guardano come se ci stessero facendo l'occhiolino.

"Voglio," dice il mio fratellino. Arriccia il naso. Si rinforza, fa brillare la moneta, e cambia tono di voce. "Teneteci al caldo stanotte."

 Le cornacchie esitano. Non lasciarti vedere oscillare, penso. Fratellino, non fargli sapere che hai paura. Poi le cornacchie si muovono in avanti di nuovo e tutte in una volta, finché non ci ammantano. Il mio fratellino trova la mia mano sotto gli innumerevoli corpi di cornacchie, e quando l'afferra riesco a sentire che ancora sta tenendo la moneta, calda e premuta tra i nostri palmi.

Dopo che si è addormentato, mando un corvo a dire a mio padre che l'ho trovato ed è al sicuro. Siamo insieme nella colonia, dico all'uccello. Passeremo qui la notte.

 

 

 

2

Gli zingari chiamano mio fratello 'Il Piccolo Re' mentre io sono 'Cam,' 'Storto-Cam,' e 'Cam, Allora.' Parlano la Lingua davanti a lui, che non capisce, e così incrocia le braccia e corruga la fronte. Durante le brevi notti estive lo guardo andare a letto arrabbiato e alzarsi insicuro. Non sarà mai il re degli zingari. Gli zingari non hanno re.

Almeno le cornacchie sono sue ora. I corvi non si vincono così facilmente, mentre i merli hanno sempre fatto come fanno i corvi, e sempre lo faranno. Taliesin tiene delle monete in tasca e una catena di perline di vetro intorno al collo, tutte di colori scintillanti. Quando nostro padre raduna i signori di ogni dominio per il più caldo giorno d'estate, chiede al mio fratellino di chiamare le cornacchie. Vedo un flash di argento prima che discendano sopra il vecchio edificio da ogni direzione e si sistemano tutte sopra le nostre spalle.

Viene anche il vecchio corvo, e si sistema sulla mia.

Dice, le cornacchie sono facili. Dice, una cornacchia è un uccello semplice. Liscia col becco i miei capelli scuri, neri come le ali di un corvo, e non gli importa quando mi sforzo di non sentirmi orgoglioso per il conseguimento della nostra impresa. Gli abbiamo insegnato ad amare le cornacchie. È un inizio.

Mentre i signori sono ancora al servizio, mio padre mi chiama a lui proprio come il mio fratellino ha chiamato le cornacchie. Mi inchino davanti a lui nella sua stanza privata, gli scaffali vuoti, le molte porte.

Mio padre esamina le mie mani e le stesse cicatrici che deturpano sia le sue dita che le mie.

"Tal potrebbe beneficare dalla discrezione," dice per esteso. "Tua madre saprà cosa fare."

Ecco come ho imparato che gli zingari chiamano mio fratello 'Il Piccolo Re.' Il mio nome è stato sempre più facile da pronunciare per loro, ma adesso inghiottisco i miei saluti.

È vero che mia madre mi ha insegnato la discrezione, di cui mio padre mi ha detto di non esserne mai stato carente. Lei mi ha insegnato come truccare una moto, come liberare un cavallo dalle sue sofferenze, a parlare più gentilmente con gli uccelli. Le api non sono carente di miele, piace dire a mia madre, e Compra il pungiglione con il dolciume. Mia madre mi ha anche insegnato a tuffarmi.

"I dannati occhi di tuo padre," urla quando entro dalla porta, lanciando le sue pentole, le sue padelle, il piccolo sgabello dove la nonna si sedeva nelle tarde serate, il suo specchio migliore. "Naso storto!" Una volta mi aveva lanciato la chitarra migliore di mio zio e il collo si spezzò. Mia madre è una pazza, mi disse mio zio. È una dannata cavalla selvaggia. E così tengo la testa abbassata.

Quando ha finito, mi abbraccia.

"Mettiti da parte, allora," dice. "Vediamo il Piccolo Re."

"Ho una moto a cui devi dare uno sguardo," dice mio zio.

Durante le giornate lunghe e calde, mentre mia madre insegna al mio fratellino la discrezione, mio zio ed io ci macchiano le mani di nero lavorando sulla moto.

"È cresciuto, vero?" dice mio zio.

"Immagino di sì," replico.

Gli zingari si occupano delle macerie, fanno accordi con i pirati per il carburante, riparano le moto. Mio zio ha dodici moto, tutte sue, e il Corvo di mio padre tatuato tra le spalle. Un giorno mio zio servirà il mio fratellino, e mia madre e anche tutti gli altri zingari verranno e andranno a servirlo.

"Parlano di me," dice il mio fratellino una notte. Quando dormo all'aperto con lui le zanzare mi circondano, ma non ci posso fare nulla. Lui non è uno zingaro. Piccolo Re o no, non gli viene offerta né tenda, né un'ossatura di carro merci, né una propria reticella per zanzare. Schiaccio una zanzara sul mio collo.

"Li capisci?" chiedo. "Sai cosa dicono?"

"Io," dice il mio fratellino. "No."

"Li accusi senza prove?"

"Non sono un idiota," dice bruscamente. "Usano la loro lingua così possono parlare di me. Dicono—cose. Non lo so."

Mi rotolo, guardando dall'altra parte. "Hm."

La sua voce è esitante quando parla di nuovo. C'è un'altra zanzara che mi punge, ma sono troppo stanco per cacciarla via. "Tu che sai?"

Lo chiamano Moccioso. Troppo-giovane. Gambe di puledro. Malaticcio. Figlio della sorella di suo padre. Anche Piccolo Re è un insulto.

I fuochi delle batterie a petrolio bruciano in lontananza al centro del campo, cerchiato da tende e carri merci, strutture di vecchi veicoli, motori fusi, motociclette di nessun valore.

"Non parlano per niente di te," dico.



Di notte, le canzoni. Non ho voce per parlarne ma mio zio ha il dono, e mia madre. Le donne agitano le gonne, mostrano le loro cosce marroni, serpeggiano le dita sopra le teste come fumo e battono i piedi. Nemmeno mia madre invita il mio fratellino in questo cerchio. Rimane fuori da esso, e osserva.

Quando mi unisco a lui, dice, "queste non sono le parole. Non sanno quelle giuste?"

Il mio fratellino non sa nulla sugli zingari, e non sa nulla sulla musica.

"Forse non le sai tu," dico.



Alla nostra seconda settima lì, mio zio fa la proposta.

"Quando sarà re," dice, "sarò abbastanza vecchio da aver bisogno d'aiuto con queste moto. Sei bravo. Quindi potresti restare qui."

"E quando torno a casa ogni notte, affamato per cena," chiedo, "sarò salutato dalle pentole di mia madre ogni volta?"

Mi zio ride abbondantemente. "Si abituerà, sì?"

Mi allungo verso di lui per prendere l'acqua. "Beh," dico, "oppure mi abituerò io."

La sua proposta mi fluttua sulle spalle per giorni come uno degli uccelli di mio padre, finché Taliesin non mi sorprende da solo accanto alle motociclette. Quale di queste bellezze grigie, mi sto domandando, vorrei avere di più per me?

"Cam," mi chiede il mio fratellino, chinandosi sopra la moto più vecchia. "Cam, da alcuni giorni hai uno sguardo strano."

Mi domando se i miei pensieri siano stati così evidenti che persino lui li ha notati. La sua espressione è petulante, nervosa. Forse lo è. Forse sa che problema sarebbe perdere suo fratello e servo. Simili pensieri mi fanno diventare scortese.

"Mio zio mi ha offerto di essere il suo apprendista," dico.

Il mio fratellino sbuffa. "Che stupidaggine," dice. "Non lo farai!"

Mi asciugo le mani luccicanti sull'asciugamano infilato nella mia cintura. Il suo disagio non è mai stato un mio piacere, ma non è nemmeno mai stato un mio dolore. "Potrei," ammetto. "Potrei voler restare."

I suoi occhi diventano cupi e fa un passo indietro dalla motocicletta. Ecco quando il vero disprezzo viene rivelato alla fine, penso, e osservo la sua rabbia che si serra sul suo viso. "Non puoi," dice. "Non puoi stare qui."

"Potrei," ripeto. Nessun trono, nessun uccello, nessuna sovranità mi fermerà. Nemmeno le pentole e le padelle di mia madre. Basta solo la parola del re. "Me lo proibirai?"

Il mio fratellino si raddrizza in tutta la sua altezza. Le sue spalle tremano. "Posso farlo," dice. "Posso. Lo farò."

"Fallo." Faccio un passo verso di lui e aspetto che si pieghi o si spezzi.

"Io," dice il mio fratellino. Lavora le parole nella bocca per molto tempo prima che riesca a sputarle fuori. "Io—io ti proibisco di venire qui."

"Sono tuo fratello," gli dico. "Non il tuo cane."

"Sarò il tuo re," dice, occhi sfavillanti. "Ti proibisco di farlo. Io—io ti proibisco di venire di nuovo qui."

Il suolo è lucente per l'olio dei motori sotto i miei piedi. Quando mi metto sulle ginocchia le macchio, e la mia mascella è così serrata che i miei denti sembrano sul punto di spezzarsi. "Sire," dico.



Mi scova mentre sto facendo le valigie, con la sua faccia scottata dal sole imbarazzata ed infelice. Non alleggerirò la sua coscienza, mi prometto, non correggerò i suoi errori affinché la notte possa dormire meglio. Se ha qualcosa da dire allora lo può dire solo lui. A lungo mi guarda piegare le camicie, finché non ho più camicie da piegare. Pulisco gli stivali dal fango e annodo un laccio sfilacciato per accomodarlo, per quanto possa servire.

"Mio padre ha detto che saresti rimasto," dice il mio fratellino alla fine. "Ho sempre pensato—ho presunto—mi ha detto che l'avresti fatto."

"Non rimangiartela," gli dico severamente. "La parola del re è legge. Deve essere fermo e certo. Quando il re comanda un uomo di fare qualcosa, ne deve essere sicuro."

"Non sono il re." Mio fratello fissa il cielo imbrunito. Ci sono poche nuvole in estate, a parte per quando piove, e le stelle spuntano fuori presto. Taliesin arriccia il naso. "Non ancora, comunque."

"Se l'ha detto tuo padre, allora rimango."

Il mio fratellino ride della mia parlata zingaresca. Voglio colpirlo sulla sua faccia da ragazzo e schiaffeggiare la sua risata fuori dalla bocca.

"Lo sapevo," dice. "Lo sapevo che l'avresti fatto."

Quel giorno ho cominciato a chiamarlo sire. Quella notte, lo ascolto respirare pesantemente attraverso l'erba, e quando i corvi vengono a visitarmi mi stavo aspettando il loro arrivo. Sono tre, il numero di mio padre. Mi osserva sempre.

Il primo corvo dice, non puoi provare irritazione per il re.

Il secondo corvo dice, o non lo servirai mai veramente.

Il terzo corvo mi becca la guancia per rimproverarmi e dice, se lo tratti male noi lo sapremo. Il terzo corvo dice anche, quando avevi finito con lui si è nascosto tra le moto degli zingari a piangere.

Mia madre gli ha insegnato la discrezione, dico agli uccelli di mio padre.

Ma che ne so io su come insegnare a un re ad essere un re? Io non sono un re.

Il terzo corvo becca i miei palmi finché non sanguinano e mi placo. Al mattino il mio fratellino mi chiede cosa è successo alle mie mani e mi rifiuto di rispondergli.

"Ce ne andiamo?" chiede.

Scuoto la testa. "Tuo padre ci ordinerà il nostro ritorno," dico.



Finché i piccoli tagli non guariscono, i miei palmi bruciano mentre lavoro con mio zio sulle motociclette. Mia madre diventa sempre più impaziente ogni giorno. Lui non lo vede, ma lei non vuole fare altro che schiaffeggiare Taliesin quando non ascolta i suoi consigli. Non la biasimo per l'impulso, ma non posso lasciare che qualcuno lo colpisca, neanche mia madre.

Mio padre l'aveva amata un tempo e forse l'ama ancora, ma la ucciderebbe lui stesso se gli fa del male.

"Dai," dico al mio fratellino. "Andiamo."

Lo porto nel bosco dove gli uccelli ci osservano, nascosti negli alberi. Per quanto lo voglia, non potrei mai lasciarlo qui. Mio padre saprebbe cosa ho cercato di fare ancor prima che l'azione venga compiuta. Ucciderà anche me, e sebbene a volte credo che lo ferirebbe farlo, quel che importa è che lo farà comunque.

"Sono stanco," dice il mio fratellino. "Perché siamo qui?"

"Un re farebbe quella domanda?"

Taliesin aggrotta la fronte. "È per nostro padre?"

Quello di cui potrebbe beneficare il mio fratellino è un po' di intelligenza. Invece io gli insegno quello che so sulla foresta. È rapido con i sentieri, le foglie, i funghi e col trovare edifici decaduti aggrovigliati nelle radici degli alberi alti.

Quando ero molto più giovane, è stato mio padre a mostrarmi queste cose. È stato molto tempo prima del matrimonio con la madre di Taliesin, un'affabile cugina lontana di cui non ho mai vinto la fiducia, e prima della nascita di Taliesin.

"Una volta qui c'era una grande città," racconto al mio fratellino, nello stesso modo in cui mio padre l'aveva raccontato a me. "Cadde quando tutte le città caddero, e presto gli alberi presero il controllo."

"Cam, guarda—ho trovato una finestra!" dice il mio fratellino.

Il pavimento della foresta è diventato spesso e muscoso sopra i tetti delle vecchie case. La maggior parte sono fatte di mattoni e pietra, ma tuttavia la foresta è infida. I tetti crollano, le pietre si muovono, e anche il più piccolo dei piccoli re può disturbare il loro precario equilibrio. Il legno che marcisce e i mattoni che si sgretolano, tutto è instabile. "Non andare mai dentro," mi aveva avvertito mio padre. "Ma poi, non sei uno stupido."

Nemmeno un cane ci andrebbe dentro.

Agguanto mio fratello per la camicia e lo tiro indietro dalla finestra proprio quando si muove per entrare dentro. Quando inciampa urla. La foresta si scuote sotto di noi. Da molto lontano, attutite attraverso l'erba, le pietre brontolano. Gli uccelli si innalzano in aria tutti in una volta e le cornacchie mi rimproverano, mentre tengo il mio fratellino contro il mio petto. Il suo stesso cuore batte come le ali di una cornacchia.

Avrei potuto lasciarlo cadere. Anche se non fosse morto, sarebbe rimasto menomato. Quando ci penso mi sento male al pensiero del volto accusatorio di mio padre.

"Sei spaventato?" chiedo al mio fratellino.

Annuisce. "Sì."

"La foresta ti inghiottirà. Tuo padre mi ha detto così—faresti meglio a fare attenzione."

Taliesin mi gratta la mano come un gatto. "Non chiamarlo così," dice. "È nostro padre. Nostro."

Lo allontano da me quando gli chiedo, "Anche quello è un ordine?"



Una notte sogno di picchiarlo finché non cade ai miei piedi con le lacrime negli occhi. "Cam," mi implora. "Cam, mi dispiace." Tutto quello di cui ha bisogno in questa vita è essere colpito, anche solo una volta. Riparerebbe le eccentricità del suo stupido orgoglio. Ho esagerato però, le mie nocche si sono spaccate a causa dei suoi denti. È arrivato fin qua. Mi sta implorando. Sarebbe dovuto essere sufficiente.

Poi vengono i corvi e ci circondano entrambi, mi strappano i capelli, la bocca, le orecchie. Mi beccano gli occhi.

Non lo farò più, nemmeno nei miei sogni.



Per il nervosismo: radice di valeriana, spicchi d'aglio, rosmarino, buccia d'arancio. Per i mal di testa: corteccia di salice, erba di San Giovanni. Per dormire, dice mia madre, lattuga bollita con un pizzico di sale. Il mio fratellino butta indietro la testa e ride. Almeno è bravo abbastanza da aspettare finché non siamo da soli.

Bramo di riportarlo nella foresta e lasciarlo esplorare, senza alcun buon istinto, ma è troppo tardi per quello. Ha già visto i pericoli che ci sono. Alcune cose il mio fratellino le impara troppo in fretta.

"Non sa leggere un uomo, quel ragazzo," dice mio zio.

"Cieco come la colonna di un letto a baldacchino," concorda mia madre. "Non ci sono porte nella sua testolina."

Gli zingari, i miei cugini e le mie zie, le loro nonne, i loro zii, i loro nipoti, tutti parlano di lui usando la Lingua. Anche i bambini ridono di lui. "Questo è il nostro re per un giorno?" chiedono tutti, scagliando le braccia in aria in disgusto. "Ci ucciderà, in men che non si dica."

Taliesin li osserva, incerto. Sono maleducati con te, vorrei potergli dire, perché tu sei maleducato con loro. Invece lo afferro per il polso e lo tiro al centro della loro grande esclusione.

"Chiama le cornacchie," dico.

"Non l'ho mai fatto così," protesta il mio fratellino. "Non da così lontano."

Le mie dita sono troppo strette intorno alle sue mani magre. "Fallo per tuo padre," dico, "se non puoi farlo per te stesso."

Il mio fratellino fa un suono soffocante che fa salire la bile nella mia gola, ma tira fuori le monete dalle sue tasche e le lancia in aria, una doccia di argento e oro. Gli zingari lo osservano. Osservano anche me. Non succede nulla.

Sento un neonato che inizia a piangere. "Allora, zitto," dice mia madre. "E mosca."

Hanno appena iniziato a odiarlo quando le cornacchie arrivano.

Le cornacchie sono gli uccelli di mio padre meno maestosi, ma sono i più numerosi. Il cielo diventa nero come un presagio di malaugurio ed è in subbuglio con i loro corpi brulicanti, le loro ali frenetiche. Taliesin ride e si gira per guardarmi, occhi brillanti e trionfanti. Gli zingari, la mia gente, alza lo sguardo per vedere la prova della sua sovranità proprio sopra di loro. I bambini ridono e le donne agitano le mani.

È la danza del fumo. Anche mia madre sta cantando.

Il mio fratellino non avrebbe mai pensato a questo espediente da solo.

"La prossima volta," mi dice, eccitato come una febbre, "chiamerò tutti e tre gli uccelli. Me lo insegnerai, Cam. Non è vero?"

Chino il capo. "Sire," gli dico. "Lo farò."



Le cornacchie si sono sistemate sopra il campo degli zingari, una coperta di corpi neri, ma quando il giorno dopo inizia a piovere se ne vanno tutte insieme in una volta. Gli zingari le guardano andarsene e poi anche loro spariscono, dirigendosi dentro per tenersi all'asciutto. Sento la chiamata della loro musica dentro di me. Echeggia contro i muri di metallo e attraverso la pioggia. Senza nessuno che li custodisce e con la pioggia che cadeva forte, i fuochi dei bidoni di petrolio si spengono.

Sto fuori con il mio fratellino.

"Dovremmo avere una tenda per noi," dice. Gli lancio la mia giacca.

"Avremmo dovuto portarne una, allora," replico. "Non puoi avere una persona che pensi tutto al posto tuo. Ricorda questo. Gli zingari hanno tende che bastano a mala pena per se stessi."

Trema tutto il giorno con la mia giacca messa a forma di tenda sopra di lui, e per quando cala la notte i suoi denti stanno battendo. Nemmeno io ho alcun riparo e non mi sento diverso, tranne che bagnato, ma il mio fratellino è ancora giovane e non è mai stato forte. Quando smette di piovere, accendo un piccolo fuoco.

"È freddo, Cam?" chiede il mio fratellino.

È caldo. "Di notte è freddo," gli rammento. Deve resistere alla pioggia, o non sarà mai un re.

Gli do una coperta e aspetto che si addormenti prima di toccargli la guancia con il dorso della mano. È calda come pensavo. Avvio il fuoco dal legno inzuppato e sposto Taliesin con cautela più vicino al suo calore. Questa non è una febbre invernale. Con molta probabilità, gli passerà prima del mattino.

Mia madre viene per sorvegliarci, fissa il suo viso nella luce del fuoco e fa suoni secchi con la lingua contro i denti. "Insegna al ragazzo a costruire una tenda," mi dice. "Non gli hai fatto bene a farlo aspettare così a lungo."

Sono affari suoi, non miei, sapere se vuole o no costruire una tenda. Non dico niente a mia madre ma "starà abbastanza bene per l'alba."

Prima dell'alba, però, si agita e borbotta. Alimento il fuoco e lo guardo sudare, finché mia madre non viene di nuovo da noi con la sua bocca arrabbiata e i suoi occhi più neri della mezzanotte.

"Tu," dice. "Portalo dentro. La macchina di tuo zio. Rimettilo a posto, ragazzo."

Per mia madre, io sarò sempre ragazzo. Raccolgo il mio stupido fratello febbricitante tra le mie braccia e lo porto nel letto di mio zio, il carro merci rosso vicino a quello grigio in questo chiaro di luna. C'è della legna fumosa che si consuma nella stufa di mio zio. L'unica stanza lunga è troppo calda. Il mio fratellino si aggrappa spasmodicamente alla mia camicia e le mie mani tremano per lo sforzo di essere gentile. Gli tolgo i vestiti, ancora umidi, quando mia madre e mio zio se ne vanno.

"Quando piove," dico bruscamente, "trova un riparo. Siediti lì se vuoi, non fare nulla se vuoi, muori—se ti va. Solo non chiedermi di aiutarti."

Il suo collo e il suo viso sono più scuri delle sue spalle e del suo petto per tutto il tempo che ha passato al sole. Allunga le mani verso di me e geme.

Quando aveva sei anni e otto anni, aveva fatto la stessa cosa. Quando la febbre gli si era alzata al massimo, la sua immaginazione delirante lo terrificò. "Mi stanno crescendo le mani," aveva pianto allora. "Ti prego. Ti prego, Cam, aiutami a fermarle."

Faccio scivolare le sue dita sotto la mia camicia e le tengo ferme contro il mio stomaco.

"Sono a posto," dico debolmente. "Le ho messe a posto."



"Manchi di gentilezza," dice mia madre.

 

 

 

3

Durante tutte quelle notti al campo degli zingari, mi avvolgevo intorno al suo corpicino nudo e tremolante. Avrei potuto ucciderlo allora. Avrei potuto dargli l'acqua estratta dal pozzo più profondo o dal ruscello più freddo. Avrei potuto fregare l'acqua ghiacciata su tutto il suo petto palpitante per peggiorare la febbre. Avrei potuto premere le erbe più dolci sulle sue labbra, calmare i suoi mormorii, strofinargli la schiena e guardare il veleno che si impadronisce di lui. Il carro merci di mio zio è sempre un luogo privato, con le tende oscurate ben tirate sopra la finestra. Gli uccelli non avrebbero potuto portare le notizie a mio padre su dove poso le mie mani fredde, uccidendo il mio fratellino. Avrei potuto farlo più rapidamente e più sicuramente che mai. Avrei dovuto farlo. Non l'ho fatto.

Deve rendermi ormai conto che il mio dovere non è semplicemente insegnargli ma tenerlo in vita. Qualsiasi ferita, qualsiasi malattia, è una mia responsabilità così come è anche una sua. Mio padre cerca di farmi diventare l'uomo del mio fratellino. Nel nome e nella prestazione, sono già il suo uomo.

Prima di lasciare gli zingari, mia madre mi ha fatto sedere accanto a lei. "Devi elencare i suoi fallimenti," mi incaricò. "Devi dirli in un oscuro buco profondo. Seppelliscili. Fai crescere lì un albero gobbo, tanto storto quanto tutti i tuoi desideri."

"I suoi fallimenti," le dissi, "sono troppi da elencare."

Nella colonia di mio padre il corvo più vecchio ascolta mentre eseguo solo la metà del consiglio di mia madre; non pianterò affatto un albero storto. Lo chiameranno il Re delle Cornacchie, dico al corvo. Con solo le cornacchie a servire il mio fratellino, tutti i signori che anche adesso lo guardano avidamente gli volteranno le spalle.

Il corvo dice, dobbiamo insegnargli, anche se non è mai stato un nostro regno.

Mio padre si era appropriato di questi domini sparsi perché aveva il comando degli uccelli. Gli uomini che l'avevano supportato dall'inizio furono tatuati come i suoi Corvi. Gli uomini che videro l'errore dei loro modi prima che la guerra fosse parzialmente conclusa furono nominati come i suoi Merli. Infine, gli uomini i cui spiriti schiacciò e di cui le terre furono distribuite furono marchiati come le sue Cornacchie. Cercano tra di loro gli scarti di mio padre. Lo odiano.

La sua più grande forza è che si odiano anche tra di loro. Finché mio padre ha il comando degli uccelli, questi uomini non si ribelleranno mai contro di lui.

Ci sono tre uccelli, uno per ogni tipo di uomo che mi padre aveva combattuto per avere il potere. Il mio fratellino deve imparare ancora altri due uccelli o rovinerà il regno che mio padre ha costruito.

Quando ritorniamo dagli zingari, mio padre è andato via. Arriva tre giorni dopo di noi, abbraccia il mio fratellino e mette entrambi le mani sulle mie spalle. Mi rammento di parecchi proverbi che mia madre ha sempre detto, tanto imbarazzanti nella Lingua quanto in Inglese.

Tieni le cose che ami a distanza, mi disse una volta, e anche Tuo padre.

"Come trovate la sua discrezione?" chiedo a mio padre. Siamo soli. Dà da mangiare i topi boscosi ai corvi che si radunano nella sua stanza. Non ho mai provato pietà per i loro corpicini marroni e le loro lunghe code a forma di verme. "È migliorata?"

"Taci," dice mio padre. "Non ha più di sedici anni."

Prima di avere sedici anni, penso, conoscevo tutti i modi in cui avrei potuto ucciderlo. Nessun altro li conosceva. Ora il mio fratellino è più vecchio di quanto lo fossi io allora, tuttavia non è più saggio.

"Dimmi," dice mio padre, "come trovi tu la sua discrezione."

Sono ancora troppo onesto con mio padre. "Sa quando non ridere. Non sa leggere un uomo," dico.

"No," concorda mio padre. "Nemmeno suo fratello."

"Non posso insegnargli gli altri uccelli." Chino il capo davanti alla sedia di mio padre, stringendogli la mano e premendola sulla mia fronte. Le sue dita odorano di topi morti. "I miei insegnamenti non gli serviranno a nulla. Sarà di nuovo infelice, così come lo era prima che le cornacchie fossero sue."

"E tuttavia le cornacchie sono sue." Mio padre tira via la mano. Preferisce fare cenni ad un giovane corvo che toccarmi adesso. L'uccello discende sul suo pugno, dove inizia a lisciarsi le penne col becco. "Nessuno a parte te avrebbe potuto insegnargli le cornacchie."

"I merli e i corvi non si vincono così facilmente," dico, "le cornacchie sono uccelli minori. Lo sapete meglio di me."

Gli uccelli sono sempre stati il potere di mo padre. Ho dovuto imparare quella capacità da solo. Ho passato anni a osservare la sua bocca e i suoi occhi e tuttora il modo in cui parla ai suoi uccelli è il modo in cui io parlo ai suoi uccelli. Dato che sono suoi, gli uccelli non saranno mai miei.

Lascia che il mio fratellino ti studi come io ho studiato te, padre. Lascialo voler imparare. Lascia che il lavoro lo faccia diventare un po' più forte.

"Questo è il mio desiderio," dice mio padre. "Gli uccelli sono sempre stati miei. Non possiamo insegnare quel che è la nostra natura."

"Me lo comandate," dico.

Sospira. "Te lo comando."

"Quando volete che iniziamo?" chiedo.

Mio padre si muove verso la porta. "Per i merli dovrà imparare a dire dolci bugie," dice. "Per i corvi dovrà imparare a leggere un uomo, dato che dici che non lo sa fare." Gli occhi di mio padre sono neri come quelli di una cornacchia quando dice, "iniziate stanotte."



"Ai merli piacciono le canzoni," dico. "Sono uccelli gelosi e non sanno cantare per se stessi. Gli devi dire che sono i tuoi uccelli preferiti. Le loro penne sono lucidissime. I loro becchi sono i più appuntiti. Ti serviranno al meglio se tu gli hai salvato i topi migliori da mangiare per loro." Il merlo sulla mia spalla si gira per lisciarsi le penne col becco, per ripulirsi con cura il becco tra i miei capelli. "Li devi lusingare," dico. "Devi dimostrare loro che l'uomo può innalzarsi sopra l'insignificante invidia per conquistare un regno. Governate insieme. Anche i merli sono re."

Il mio fratellino lascia le cornacchie e fa un passo in avanti per guardarmi.

"Le cornacchie non saranno mai gelose finché hai le monete in tasca," dico. "Ai corvi non interesserà ciò che fai, purché tu sia saggio ed eviti la negligenza. I merli sono gli uccelli del mezzo, né i peggiori né i migliori. Sentono il peso di tale indifferenza. Devi corteggiarli, poiché non riescono a sopportarla."

Il merlo cammina giù per la lunghezza del mio braccio. Lo offro al mio fratellino. Nonostante tenga immobili gli occhi, si tira indietro.

"Avanti," dico. "Non ti beccherà. Solo le cornacchie sono così sciocche. Chiamalo con nomi dolci, digli belle bugie. Se lo lusinghi abbastanza, ti sarai comprato il suo amore."

"Pensavo," dice mio fratello, "pensavo che non avessero dei nomi." Indossa un guanto di pelle sulla sua piccola mano. Non c'è alcun coraggio nel modo in cui prende il merlo da me.

"È adulazione," dico. "L'adulazione non ha bisogno di veri nomi. Chiamalo con qualsiasi cosa. Bell'uccello, cacciatore astuto, stupendo, prezioso, fiero. I suoi occhi sono i più lucenti, i suoi artigli i più affilati. Digli che gli hai lasciato i migliori topi boscosi da mangiare."

"I corvi," dice mio fratello. Accarezza cautamente la testa del merlo. "Che mi dici di loro? Meritano i migliori topi boscosi."

"Non esistono 'i migliori topi boscosi.' Se dai da mangiare al merlo il topo più grasso, al corvo darai da mangiare due topi più piccoli. Il corvo è intelligente—non dimenticarlo. Il corvo sa che due topi piccoli sono più di un topo grasso."

"Uccello carino," mormora il mio fratellino. "Sei l'uccello più carino che abbia mai visto." Rimane immobile mentre il merlo inizia a lisciarsi le penne col becco.

"Lo devi lusingare per notti e notti," dico. "Finché la tua lusinga non è diventata parte delle sue abitudini. Allora si rivolgerà sempre a te e cercherà la tua lusinga e te la ricompenserà. Il merlo è il più piccolo, se non il più rapido. È necessario, come tutte le tue spie. Si sente inferiore e deve sempre esserlo—questo è l'equilibrio e il patto da concludere con lui."

"Cam," dice il mio fratellino. "Non ho topi boscosi da dargli, Cam."

"Ce li ho io," dico. Mi inginocchio per assicurare con le cinghie la borsa alla sua cintura e poi allento le corde. "Uno per uno: i topi boscosi più grassi. Li hai trovati specialmente per gli uccelli più carini che tu abbia mai visto. Dì loro quanto sei contento di averli incontrati."



Il mio fratellino è un adulatore scadente. Incespica sopra le bugie e inciampa sulle parole stravaganti. È fortunato che gli uccelli siano così desiderosi di essere amati. Come gli accattoni, i neonati, le persone molto anziani e quelle sul punto di morire, i merli accettano qualsiasi cosa.



Ascolto il mio fratellino che canta per loro. Almeno ha quello, una voce raffinata. Gli canta le mie canzoni zingaresche con le parole sbagliate.

"I merli sono orgogliosi," gli dico. "Uccelli nobili, uccelli regali. Cantagli qualcosa che si addice a un re."

"Non conosco altre canzoni," dice il mio fratellino.

Io non ho talento per il canto. I merli iniziano a radunarsi attorno a mio fratello. Mi sono rimasti solo i corvi.

Il corvo più vecchio di mio padre mi ricorda che presto dovrò insegnargli ad amare il mio fratellino più di quanto lui ami mio padre e me. Il corvo dice, l'abbiamo sempre aspettato, sin dal giorno in cui è nato.

I corvi sono i più intelligenti dei tre uccelli. Il loro amore non può essere comprato. Il loro rispetto deve essere conquistato. Come può il mio fratellino fare propria la loro ammirazione?

Per la fine della settimana ha piegato l'ultimo dei merli. Si affollano intorno a lui quando mi segue nella colonia, lisciano i suoi capelli pallidi, e gonfiano le penne. Li chiama uccelli graziosi, uccelli carini, uccelli intelligenti. Gli dice che il loro colore è nerissimo che alla luce diventa un purissimo blu-notte. Li alimenta con i topi boscosi grassi e accarezza le loro piccole teste.

"Penso che mi stiano parlando," dice Taliesin.

"Ci stanno provando," concordo.

"Quando sarò capace di sentirli?"

"Quando i corvi saranno tuoi," dico.

Il terzo della colonia che non è suo è la parte più importante. Non ha tempo per il trionfo, penso, ma mio padre aduna di nuovo i signori e chiede a mio fratello di chiamare i merli. Arrivano per primi, poi vengono le cornacchie. Il grande salone echeggia con il battito delle loro ali e con il gracchiamento delle cornacchie. Per i signori, è come se la morte sia discesa sulle loro teste. Uno o due notano che i corvi non sono ancora venuti.

Nessuno di loro capisce il significato dei corvi. Sanno semplicemente che i corvi sono importanti.

Quando mio fratello chiamerà i corvi sulle loro teste, gli giureranno fedeltà. Mio padre mi dice questo quando siamo soli quella notte.

"Tuo fratello deve chiamare i corvi per il nuovo anno," mi istruisce. "Avrò tutti i signori al servizio. Chiamerà tosto tutti e tre gli uccelli. Prima le cornacchie, poi i merli. Infine, chiamerà i corvi. Quando vedranno questo, sapranno che lui è il loro principe, il mio erede. Quando sarà il loro re, avranno paura degli uccelli così immensamente da non poter ribellarsi contro di lui."

"Anche così tanti mesi," dico, "non saranno sufficienti."

Mio padre chiede al corvo più vecchio cosa ne pensa. Il corvo dice, sarà una cosa dura.

"Forse," dice mio padre, "potrebbe acquistare più forza di carattere e un cuore più comprensivo se avesse una moglie."

Il corvo apre il becco in una risata silenziosa.

"Non più di una settimana fa, voi mi avete detto," dico, "che non ha più di sedici anni. Troppo giovane per biasimarlo per le sue cattive azioni, per quella saggezza che gli manca. E adesso credete che sia abbastanza adulto per una moglie?"

"Manca di comprensione," replica mio padre. "Quelle sono state le tue parole."

Penso al mio fratellino con le sue bianche, lisce mani, senza alcun callo, che cerca di corteggiare una donna come un uccello. Sarò anche allora obbligato a stare lì e guidare le sue mani sul seno di lei? Riempila di doni, direi. A una donna piacciono le perline di vetro; è come una cornacchia.

Lusingala, direi. Una donna brama la lusinga; è come un merlo.

Mostrale che sei giusto, direi. Una donna devi fidarsi di te; è come un corvo.

"Non ho mai conosciuto una donna," dico. "Tuttavia parlo liberamente con tutti e tre i vostri uccelli."

"E lui non può sposarsi finché non è re," dice mio padre. "No, Cam—devi insegnargli la comprensione. Avrai l'aiuto dei miei corvi. Faranno del loro meglio per aiutarti."

Prendo il suo corvo più vecchio con me e me ne vado. Fuori dalla porta delle camere private di mio padre, accarezzo il petto del corvo. Le sue penne sono quelle annodate tra i miei capelli. Il corvo dice, a volte penso a te come mio figlio. Il corvo dice, ma se fossi mio, ti insegnerei meglio. Il corvo dice, non saresti geloso come i merli o meschino come le cornacchie.

Perlopiù sono un corvo, replico.

Non sei un corvo, dice il corvo. E non lo è nemmeno tuo padre.

"Cosa sta dicendo?" chiede il mio fratellino mentre saliamo le scale per la colonia. "Sei silenzioso da un bel po' di tempo—devi star parlando con lui."

"Niente di importante," gli dico.

Apro la porta della colonia. I merli e le cornacchie sono andati via. Mio padre li ha mandati via per darci tempo e lasciarci senza distrazioni.

"Cam," chiede il mio fratellino, "cosa succede? Dove sono andati?"

"Oggi," gli dico, "iniziamo con i corvi."



Manchi di compassione, dice il corvo più vecchio di mio padre.



Il mio fratellino non ha saggezza nonostante il suo nome. I giorni passano senza progressi. Anche le notti. Dopo la terza settimana mio fratello batte i piedi, e le guance e il naso sono chiazzati di rosa. Le penne dei corvi galleggiano nell'aria intorno a lui.

"Non posso farlo!" urla. "Non posso farlo, Cam—non posso amarli!"

"Non possono amarti," gli urlo contro, "perché non lasci che ti amino—la colpa è solo tua!"

"So che mi odiano." Il mio fratellino si asciuga il naso ferocemente sulla manica. "Non mi ameranno mai. Non saranno mai miei."

I corvi ci guardano. So cosa pensano di lui, e di me. Pensano, quando sono sciocche le frustrazioni degli uomini facilmente frustrati. Pensano, cercheranno mai di risolvere i loro litigi, alleggerirsi dal peso sulle proprie spalle o dire quello che provano veramente? Nessun uomo è onesto, pensano. Nessun uomo arriverà mai alla vera soluzione.

"Sei debole," inveisco contro di lui. "Sei più debole di quanto sapessi."

"Allora mi arrendo!" grida il mio fratellino. "Perché non ci riuscirò mai!"

Afferro mio fratello per la gola e ritiro il braccio senza pensarci. Alla fine lo colpirò, schiaffeggerò l'egoismo dal suo cuore. Una volta che gli avrò fatto del male, verrò esiliato o ucciso, ma deve essere fatto. Non c'è nessun altro che lo farà.

Si ritrae contro il muro per allontanarsi dalla rabbia sul mio volto. Il suono del mio palmo che fa contro la sua guancia è troppo forte e riecheggia attraverso la colonia.

I corvi sono immobili.

"Quello che non puoi fare," dico, tremando, "è rifiutarti di studiare i corvi di nostro padre. Se vieni meno a loro, vieni meno al suo regno. Fratellino—rifiuto la tua arresa!"

Anche il mio fratellino sta tremando.

Mio padre gli ha dato il nome di Taliesin, lo chiama Tal. Gli zingari lo chiamano Il Piccolo Re. In questi giorni, lo chiamo Sire. Questi sono i quattro nomi che ha mio fratello. Nella sua vita ne avrà di molti altri. Il Padrone dei Corvi. Il Messo delle Cornacchie. Il Re dei Merli.

"Perché mio padre te lo comanda," dice alla fine il mio fratellino, "nello stesso modo in cui comanda i suoi corvi. Mi insegni perché devi farlo, non per un qualsiasi amore che provi per me."

Il prossimo anno il mio fratellino avrà diciassette anni. Ai miei occhi sarà sempre piccolo. Penso a mio padre che gli offre la sua futura sposa, una raffinata cugina alla lontana che partorirà figli dal sangue debole. "Perché," mio padre potrebbe anche dire, "devi avere figli degni prima di procrearne altri. I tuoi bambini saranno meno arrabbiati in quel modo, e meno risentiti. Questo è stato il mio errore. Prenditi cura di quello che ho imparato attraverso il dolore dell'esperienza."

"So cosa dicono gli zingari," mi dice il mio fratellino. La guancia che ho colpito è rossa. "Dicono che sono cieco come i carri merci. Che non ho finestre nel mio cuore. E nostro padre ti dice cosa fare con me, poiché non riesco a farmi amare dai corvi—non so come."

Penso a quando ho messo il suo corpo tremante contro il mio nel carro merci di mio zio, nel suo piccolo letto, avvolto dall'incenso che brucia nel fuoco. Avrei potuto anche costruire al mio fratellino una tende, o insegnargli come costruirla.

Penso a quando gli ho detto di chiamare le cornacchie. Il suo trionfo era uguale al mio. Nostro padre mi avrebbe potuto chiedere perché non potevamo condividerlo, e io gli avrei risposto che non era possibile perché non condividiamo il trono.

E tuttavia sono ancora l'uomo di mio fratello. Anche mio padre l'ha visto, allora. Servirò il mio fratellino finché non spezzerò il peso della servitù, e poi lo sconfiggerò. Non sono un insegnante, non sono un fratello, non sono un re, non sono un figlio degno. Mia madre dice che questa nullità è perché sono uno zingaro e gli zingari appartengono al nulla nella migliore delle ipotesi, e sono nulla nella peggiore.

"E tu cosa pensi," dice mio fratello. Si tiene sul davanti della mia camicia come se credesse di stare per cadere. "So anche quello."

Penso anche alla mia rabbia quando apprendo che mio padre mi incaricherà del suo figlio degno prima di darlo via di nuovo. Il mio fratellino sposerà una moglie tanto pura quanto i turbini più immensi della neve fresca. Farò appello a me come non farò mai appello alle cornacchie, tanto per rispondere ad ogni suo capriccio avventato.

"Se sai il mio pensiero," gli dico, "è una tua scelta decidere cosa farne. Tua. Devi decidere cosa fare."

Il mio fratellino rilassa la stretta sul tessuto della mia camicia. Con una mano che ho sempre disprezzato per essere così morbida, tocca le linee più dure del mio viso.

"I corvi non mi ameranno mai," dice il mio fratellino. "Perdonami, Cam—non posso, non posso capirti."

"Non conto nulla," gli dico. "Nelle questioni di stato. Nelle questioni di questo regno. Non sono nessuno."

Il mio fratellino ride esageratamente, scioccamente. "Sei quello che conti di più," dice. "Sei mio fratello e ti amo. Perdonami, Cam. Perdonami."

Mi bacia tremolante sulla bocca e lo lascio fare. Lo abbraccio.

In tutto questo tempo ho pensato a mio fratello come a un peso. Adesso lo penso come mio. Per questa ingiustizia, sono da biasimare solo io. Sono cieco, come se i corvi mi avessero beccato gli occhi alla nascita.

Se è questo che vuoi, dice il corvo, tutte le sue scuse sono tue.

Il corvo dice, solo una cornacchia potrebbe sbagliare quale ricompensa vuole quando è davanti a sé. Solo un merlo potrebbe pensare che non sia abbastanza.

Ma io non sono un uccello. Sono l'uomo di mio fratello dal giorno in cui è nato.

"Questo regno," dico, "sarà tuo. Se sarai forte, fratellino, e combatterai per esso, ti rispetterò." Mi allontano dal palmo della sua mano e mi abbasso sul pavimento. Le mie ginocchia sono bene a conoscenza di questa posizione. Quando poso la guancia contro il fianco di mio fratello, mi liscia i capelli con le sue dita. "Per quanto riguarda il resto," dico, "ti ho sempre amato."



Al nuovo anno mio fratello chiama i corvi per rubare il cibo dal lungo tavolo di mio padre. Mentre li guardo discendere sopra di noi, fieri e bellissimi, so perché ho fallito a ucciderlo.

***


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