RIESLING

Bastian aveva promesso di fare visita ad Amalia, che era una rossa. Invece andò a fare visita a Dieter, che non lo era.

Era abbastanza facile spiarlo nella sua tenda—Dieter diceva sempre che non gli importava quanto fosse facile, dato che non aveva nulla da nascondere. Tutto quello che Bastian doveva fare era scivolare da una parte di una delle tante cascate pesanti dove il tessuto incontrava il tessuto per osservare lui, lo stimato fratellastro, che non nascondeva nulla.

Dieter stava scrivendo un discorso, ma tutti ne erano a conoscenza. L'avrebbe memorizzato quella notte e poi l'avrebbe pronunciato il giorno seguente davanti all'assemblea, e non c'era niente o nessuno che potesse alterare il suo corso, non importava quale fosse la ragione.

Ma per Dieter andava benissimo così, pensò Bastian. Era solo che Bastian aveva due bottiglie del vino più rosso che potesse mai trovare—originariamente dovevano essere per Amalia, ma in amore e in guerra i piani cambiavano spesso—e si era stufato di spiare.

"Congratulazioni!" disse Bastian. "Ho portato il vino!"

Dieter non esitò proprio prima di alzare lo sguardo. Bastian conosceva la sua espressione fin troppo bene; e a parte questo, Dieter gli aveva spiegato un metodo una volta, tempo fa. Quello che Dieter stava facendo era mettersi alla prova non alzando subito lo sguardo, a dispetto di ogni repentina curiosità.

Alla fine Dieter sollevò la testa. Sapeva cosa scrivere in un discorso, e come essere un buon leader per far sì che i suoi uomini lo seguissero sul campo di battaglia, ma non era molto scaltro in tutte quelle cose che Bastian considerava assolutamente necessarie.

Prima di tutto, non sapeva com'era una celebrazione appropriata. Ecco perché ora stava adocchiando Bastian come se avesse portato due serpenti nella sua tenda invece di due bottiglie del vino rosso più raffinato. Amalia amava molto il vino rosso. Per un breve momento, Bastian si permise di covare un po' di delusione. Poi, così com'era venuta, se n'era andata.

"Sono molto impegnato," disse Dieter. Non era un congedo secco, ma il suo fratellastro era troppo educato per congedarlo seccamente. Comunque Dieter non sapeva cosa si perdeva se voleva veramente che Bastian se ne andasse.

Il problema con Dieter era che aveva imparato l'educazione prima dell'onestà, e adesso non c'era modo di insegnargliela.

Bastian teneva sollevata la bottiglia più costosa, il collo tra gli indici. Il vino era dell'esatto colore del gioiello al centro della cintura di Bastian.

"Ecco quello che ho pensato," disse Bastian, facendo un passo dentro la tenda e lasciando che la ribalta si chiudesse dietro di lui. "La regola generale è che tu inizi con il vino migliore quando ne puoi ancora sentire il sapore, e poi bevi quello più scarso quando la tua lingua è così ubriaca che non te ne importa più."

Dieter aggrottò le ciglia. "Fratello," disse.

Quando erano più giovani, Bastian se ne faceva sempre un dovere di correggerlo. 'Fratellastro,' diceva. Qualche volta aveva anche riso dell'inesperienza di Dieter. Se Dieter era più grande, piaceva chiedere a Bastian, allora perché non riusciva a dirlo nella maniera giusta? Tuttavia, col passare del tempo, Bastian aveva smesso di correggerlo. Dieter, d'altra parte, non aveva smesso di perpetrare l'errore.

"Voglio festeggiare," disse Bastian. Mise entrambe le bottiglie di vino sulla scrivania di Dieter, rifiutandosi di evitare i fogli sparpagliati sopra a mo' di tovaglia. La calligrafia di Dieter era priva di attrattiva. Questo l'avrebbe reso un amante terribile. "Inoltre," aggiunse Bastian, "non mi piace quella frase."

"Quale?" chiese Dieter, sollevando le bottiglie per salvare i fogli al di sotto di esse. Capovolse il più vicino a lui e aggrottò le ciglia. "Questa qui? Non ne ero sicuro."

Bastian gettò uno sguardo intorno la tenda alla ricerca di un'altra sedia e, non trovandone nessuna, si chinò elegantemente contro il tavolo di Dieter. "Sì, quella lì. Se stai parlando alla gente comune, allora devi usare parole comuni. Brevi. Con un sacco di vocali. Altrimenti non ti capiranno, o non ti ascolteranno. Probabilmente entrambe le cose. Ad ogni modo, non è un effetto molto consigliabile, no?"

"No." Il cipiglio di Dieter diceva chiaramente che non lo era. Allung� la mano per prendere una penna per correggere la frase ma Bastian lo fermò, dita pallide che si posavano sul polso più largo e più scuro di Dieter.

"Improvvisa e basta," mormorò Bastian, allontanando delicatamente la mano di Dieter dalla penna e dirigendola verso la bottiglia.

"Fratello," disse di nuovo Dieter.

"Lo so, lo so; non hai assolutamente un minimo di immaginazione e resterai lì sopra per ore senza aver nulla da dire. Forse ti lanceranno dei pomodori!" La faccia di Bastian si illuminò di gioia, come se un simile esito fosse accaduto solo a lui.

"Conoscendoti," disse Dieter, "lanceresti il primo pomodoro."

"Perlomeno lancerei il terzo," promise Bastian. 

"Non ho dei bicchieri adatti per il vino," disse Dieter.

"E nemmeno hai un'altra sedia dove posso sedermi," aggiunse Bastian.

"Non potremmo bere molto bene il vino da un calamaio," disse Dieter. Gesticolò vagamente intorno alla stanza—la tenda—spoglia, per niente simile a quella di Bastian. L'unica cosa dell'intero posto che piaceva a Bastian era l'enorme tappeto di orso polare. Qualche volta ci dormiva sopra. Qualche volta Dieter inciampava per caso su di lui al mattino.

"Hai ragione," disse Bastian. "Non potremmo. Le nostre bocche diventerebbero tutte inchiostrate." Le sue dita danzarono lungo il polso di Dieter, dove i muscoli si avvolgevano come una fune intorno all'osso. Il pelo sui suoi polsi era dorato, ma solo lì.

Dieter passava troppo tempo al sole.

"Questo è un discorso importante," disse Dieter. "Saranno tutti lì."

Bastian lo sapeva fin troppo bene. "Ho portato i bicchieri," replicò.

*

Bastian scoprì il vino per la prima volta quando aveva tredici anni e Dieter diciassette, un fratello appena uscito dalla sua goffa fase adolescenziale e l'altro che ci stava entrando. Bastian era sempre stato un po' piccolino per la sua età, troppo delicato per stare all'aria aperta e troppo debole per combattere decentemente, ma non aveva mai avuto importanza perché Dieter torreggiava sopra di lui, alto e slanciato, con mani grandissime, della misura di un fantoccio. Quindi finché erano leggermente a disagio nella loro pelle, le cose andavano bene. Poi, troppo all'improvviso, le spalle di Dieter si allargarono e si sentì completamente a casa nel suo corpo.

Poi, troppo all'improvviso, Bastian stesso iniziò a sentirsi come un fantoccio, i suoi arti troppo lunghi e angoli netti dappertutto.

Era abituato ad essere trattato bene, almeno si sentiva a suo agio—piccolo e adorato, coccolato come un gatto. Ora aveva dei lividi sulle ginocchia, e le nutrici lo trattavano differentemente, le cuoche non gli mettevano più da parte i suoi snack preferiti, i ragazzi erano incerti se fare i prepotenti con lui o ignorarlo.

Si sta avvicinando la fine della celebrazione lunga una settimana del suo tredicesimo compleanno, e quasi tutti gli ospiti avevano lasciato il palazzo, tranne che la Duchessa e i suoi quattro fastidiosi figli. All'inizio erano stati loro a scoprire il vino.

"Fratello," disse Dieter, scoprendoli stravaccati e ridacchianti nella cantina. "Cosa stai facendo?"

"Fratellastro," lo corresse Bastian, irritabile senza alcuna ragioni e quindi per tutte le ragioni del mondo. "Penso sia ovvio."

"Vieni a unirti a noi!" La cugina maggiore, Violet, aveva gli occhi di un blu brillante e passava più tempo a spazzolarsi i capelli di qualunque altra ragazza che Bastian conoscesse. Le diede una gomitata di lato con eccessivo rimprovero.

"Non lo farà," disse Bastian, sebbene ci fosse più dubbio nei suoi occhi che nella sua voce.

"Infatti," concordò Dieter. "Non lo farà." Si voltò, incrociò le braccia ma non se ne andò.

Dopodiché la faccenda ebbe inizio. Per quando Bastian compì quattordici anni, sapeva più cose sul vino di qualunque altro duca seduto al lungo tavolo; poteva capirlo dall'odore se una bottiglia valeva il suo prezzo e poteva predire dal colore quando tempo ci sarebbe voluto per ubriacarsi con un certo tipo di annata. "Non fanno del vino appropriato per i nobili," disse a Dieter una sera dopo le lezioni.

Dieter incrociò le braccia di nuovo. "Davvero?" chiese.

Lentamente, Bastian stava diventando se stesso. Per rendere le cose peggiori, lo stava facendo più rapidamente di quando Dieter fosse riuscito a fare prima di lui, come se tutta la cosa fosse una gara, e Bastian era determinato a vincerla. Più spesso che non, si soffermava davanti gli specchi e si metteva in posa nei vani delle porte—e, forse solo per la semplice forza di volontà, stava diventando bellissimo. Le cuoche non lo viziavano più, ma arrossivano quando si menzionava il suo nome. Le domestiche chinavano le teste quando passava nei corridoi, premendo mani tremolanti al petto, e perfino Violet si strinse il corsetto quando seppe che Bastian avrebbe assistito alle gare. Anche il cugino Walther voleva sedersi più vicino a lui.

Non successe in una notte. Richiese un sacco di concentrazione, ma il vino aiutò.

"Ho un segreto," sussurrò Bastian, caldo nell'orecchio di Dieter. "Sto andando al Volker."

Dieter urlò per quasi un'ora. Ruppe perfino una sedia. Bastian non battè ciglio, e più tardi, quando l'ardente impeto di furia lo lasciò, Dieter si domandò come mai non lo sapesse. Il suo fratello frequentava borsaioli, tagliagole e puttane, e nessuno l'aveva notato.

*

"Immagino che non dovrei chiedere come hai ottenuto questo," disse Dieter, ancora seduto nella sua sedia alla piccola scrivania, che era rotonda e il legno scuro era coperto di schizzi d'inchiostro—non perché Dieter era maldestro, ma perché scriveva troppo lentamente e troppo pesantemente, e l'inchiostro in quel modo filtrava attraverso il foglio.

Bastian non aveva ancora rinunciato a calcolare quanto tempo ci avrebbe messo Dieter a offrirgli una sedia. Tuttavia la probabilità sembrava diminuire sempre di più mentre la notte trascorreva tediosamente.

"Hai ragione," disse. "Non dovresti. Non ho alcun desiderio di vedere in mia presenza un'altra sedia rotta. Soprattutto con una tenda così poco ammobiliata com'è."

"Devo finire il mio discorso," disse Dieter, spiegandosi e scusandosi in una volta sola. "E... non è mia abitudine rompere sedie."

"Lascia perdere il discorso." Bastian si stirò le braccia, e poi curvò le dita nel pelo raffinato del tappeto di pelle d'orso dove sedeva. Il suo braccio stava perdendo sensibilità, ma di certo Bastian sembrava a proprio agio. Era quello che importava. "O la sedia, perfino. Sono abbastanza comodo qui."

"Non te l'ho chiesto," fece notare Dieter.

Bastian, già indolente e disposto al vino, si trattenne dal far notare che gliel'aveva chiesto.

"E io che pensavo che tra noi due tu eri quello più gentiluominoso!" Agitò la mano destra, e dita pesantemente ingioiellate, per articolare meglio la sua opinione.

Dieter si girò sulla sedia per guardarlo bene.

"Finalmente," mormorò Bastian, con un po' di soddisfazione.

"Gentiluominoso non è una parola," disse Dieter, con quella piega in mezzo alla fronte che voleva dire che era di cattivo umore.

"Non riesco a sentirti," lo informò Bastian, "da quaggiù." Accarezzò il pelo spesso e leggermente impolverato accanto a lui. "Puoi fare quello che ti pare, davvero," continuò, rotolando sulla schiena. "Io rimarrò qui a festeggiare tutto da solo—e tu puoi stare lì a guardarmi festeggiare—e ci divertiremo così tanto insieme, non credi?" Gli stivali gli stavano troppo stretti. Dieter incrociò il suo sguardo, mentre si drizzava a sedere, ma non fu del tutto un incidente. Poi Bastian slacciò la pesante fibbia del suo stivale sinistro e lottò invano con la rigida pelle nera.

Prima o poi Dieter si sarebbe alzato e l'avrebbe aiutato. Qualche volta a Dieter ci voleva molto tempo per riuscire a cedere, sia se fosse stato andare a cavalcare, cosa che Dieter amava, e sia se fosse stato andare al Volker, cosa che Dieter non amava. Questa era ancora più difficile che cercare di far venire Dieter con lui al Volker. Questa era cercare di far bere Dieter con lui, e la notte prima di un discorso importante, tra l'altro.

Poteva risultare impossibile.

Bastian sorrise.

La sedia di Dieter cigolò, e Bastian guardò nella direzione opposta—meglio dare a Dieter la sua privacy quando prendeva delle decisioni—quando Dieter si avvicinò.

"Sei senza speranza," disse Dieter, ma era affettuoso. Bastian non si offese. Invece mise il piede sulle ginocchia di Dieter.

"Pensavo che non saresti mai venuto," disse Bastian. Ruotò il piede in modo esasperante per un po' prima che Dieter gli afferrasse la gamba al polpaccio con una mano e al ginocchio con l'altra.

"Sta fermo," disse Dieter.

La ragione per cui Bastian si era già slacciato le fibbie era per rendere le cose più facili a Dieter, che aveva grosse dita non adatte a fibbie, o ganci, o bottoni, o, tristemente, penne per scrivere discorsi. Senza dubbio Dieter non avrebbe riconosciuto la generosa azione. Quello, pensò Bastian mentre si stendeva sul pelo polveroso, era esattamente il succo della questione.

Dieter tolse un po' di ghiaia dallo stivale sinistro di Bastian dopo averlo sfilato, poi lo posò accanto a loro. "L'altro," disse. Sembrava paziente, o rassegnato, o possibilmente perfino divertito. Bastian tirò su l'altro piede. Questa volta Dieter non gli tenne ferma la gamba, ma tuttavia mise una mano sul ginocchio di Bastian.

Quando Bastian era più giovane, aveva presupposto che crescere avrebbe un giorno significato crescere esattamente nella forma di Dieter. Era tutto ciò a cui aveva mai aspirato prima di comprendere che esistevano vari tipi di uomini, e che avevano tutti diverse forme.

C'erano ancora delle notti in cui non ci credeva proprio—che un uomo non dovrebbe essere fatto come Dieter—ma quelle notti vennero sempre di meno e lontane tra loro mentre lui diventava più grande.

"Ecco qua," disse Dieter. Tolse la mano dal ginocchio di Bastian, ma era solo per togliersi i propri stivali.

"Tienili fuori dal tappeto," disse Bastian, sollevando la testa con deliberata attenzione per mostrare il collo. Prima, quando 'fare visita a Dieter' era ancora 'fare visita ad Amalia', si era slacciato due bottoni sulla giacca. Era la sua giacca preferita, fatta interamente di seta costosissima e adornata da broccati. Era stata realizzata per le feste, o per un clima più caldo. Bastian non la voleva vicino agli stivali di Dieter, che erano del colore del fango, e qualche volta coperti di fango, e la loro pelle era morbida, consumata e raggrinzita come il viso di un vecchio pescatore.

Erano più facili da infilare e sfilare, ma non erano così belli come quelli di Bastian.

Dieter accavallò le gambe, le sue spalle incurvate per il cercare di rendersi più piccolo in una tenda che era abbastanza spaziosa, prerogativa delle tende. Sembrava a disagio.

"Non è così confortevole come sembra," confessò.

Bastian si drizzò sui gomiti, sorridendo mentre immaginava che il cacciatore avesse sorriso prima di far diventare l'orso polare il tappeto di Dieter. "Io riesco a trovare confortevole qualsiasi posto dove vado," disse. "Mi dispiace che tu non provi la stessa cosa."

"Nessuno riesce a stare a proprio agio dovunque," disse Dieter, per amor della discussione. Si grattò la nuca dove i capelli diventavano soffici e iniziavano ad arricciarsi. Aveva bisogno di una rasatura, e senza dubbio non avrà pensato a una cosa del genere prima di andare a fare il suo discorso al mattino.

Qualche volta sorprendeva Bastian il modo in cui Dieter riusciva a suscitare rispetto dopotutto.

"Non hai avuto abbastanza vino," controbattè Bastian, gli diede il bicchiere scanalato, e glielo riempì quasi fino all'orlo. C'era vino destinato ad essere gustato, e poi c'era vino destinato ad essere condiviso tra due fratelli. Non erano esattamente fratelli, pensò Bastian, ma era uguale. Era l'annata giusta. L'aveva scelta attentamente, e non era il tipo che di solito preferiva ma era più ricca, più boscosa, quasi più moscata, piuttosto che più dolce, fruttata e viva. Era il tipo di vino che Dieter preferiva, e il sacrificio era meramente buon senso. Questo vino era per Dieter. Doveva piacergli, o non lo berrebbe affatto.

Lo stelo del bicchiere era delicato, sottile come la zampa di un ragno. Bastian riflettè per un momento che avrebbe dovuto portare bicchieri senza alcun stelo, per facilitare le cose a Dieter, ma di nuovo, aveva programmato di bere con Amalia, non con il suo fratellastro. L'improvvisazione era la chiave.

In questo modo, quando Dieter prese il bicchiere di vino, le loro dita si toccavano troppo durante lo scambio.

Bastian si stese tra di loro e posò le dita sulla nuca di Dieter, dove i capelli si arricciavano. L'avevano fatto anche i capelli di Bastian, prima che decidesse di farseli allungare. "Ora odoralo," disse. Stava ancora improvvisando.

Riluttante, Dieter permise a se stesso di inspirare. "Hm," disse alla fine.

"Bevi solo un bicchiere," disse Bastian. "Un uomo si fortifica non quando resiste a tutte le tentazioni, ma quando impara a equilibrare la sua resistenza con accoglienza."

"Sono quasi sicuro che questo non sia lo spirito a cui quel proverbio era destinato," disse Dieter, ma Bastian stava arricciando i suoi capelli scuri intorno a un dito, e le parole scorsero via con un brivido incerto. Era quasi come coccolare il tappeto, dato che Dieter era egualmente polveroso, ma leggermente più consapevole.

Dieter non sapeva come reggere l'alcol.

Si portò il bicchiere alle labbra mentre Bastian guardava, e annusò di nuovo, questa volta più a lungo.

"Dove l'hai preso?" chiese.

Bastian fece le spallucce, lasciando cadere la mano sulla spalla di Dieter, un segno di cameratismo, di amicizia. Non voleva minacciare Dieter dopotutto. Il suo piano era solamente quello di sconfiggerlo. "Ho le mie risorse," replicò. "Conosco persone, che a loro volta conoscono persone, e se continui così per un po', è davvero quasi come se conoscessi tutti."

Dieter fece girare il vino nel bicchiere, uno sforzo maldestro. Bastian disse a se stesso che doveva insegnargli a farlo con un po' più di charme e con un po' più di grazia, almeno per i giorni in cui tutti gli occhi si fisseranno su Dieter ai banchetti, e non cenava solamente con i soldati, che mangiavano come porci, e puzzavano anche peggio.

"L'ho ottenuto in modo perfettamente legale," promise Bastian. "E giuro, non è avvelenato."

"È veleno," mormorò Dieter. La sua voce sibilava ed echeggiava sopra l'orlo del bicchiere, il suo labbro inferiore contro la sua circonferenza. Bastian si appoggiò di nuovo sui gomiti, osservò la bocca di Dieter, e aspettò.

*

La prima volta che andarono al Volker, non erano insieme. Bastian era andato avanti, come faceva quasi ogni notte, in modo che ci fosse tempo per godersi appropriatamente il vino e, dopodiché, ubriacarsi appropriatamente. Aveva invitato Dieter a venire con lui come faceva sempre, con l'aria incantata del segreto tra di loro, e sapendo che per quanto il suo fratellastro odiasse che lui andasse lì, Dieter non avrebbe fatto nulla per fermarlo.

Non c'era gioia più pura che intravedere la furia impotente sul viso di Dieter quando Bastian annunciava che usciva. E poi andava via. Non c'era nulla fuori dal comune in questo.

Tranne che questa volta, Dieter lo seguì.

Bastian era sempre il benvenuto alla porta del Volker. Il suo nome veniva sempre annunciato prima che entrasse. Non veniva fatto in considerazione del cerimoniale, il modo in cui suo padre faceva annunciare il nome suo e di Dieter prima che partecipassero a una festa, e non c'era alcun rispetto in ciò. Piuttosto, il nome di Bastian divenne uno scampanellio di gioia, o un latrato rauco di rimprovero (se fosse stato via troppo a lungo), o delle fusa seducenti appoggiate all'infisso della porta.

Quella notte era la terza opzione, e Ingrid che gestiva il bar nei giorni dispari della settimana lo salutò con un cenno delicato ed elegante.

Dentro, il figlio del magistrato, Albrecht, stringeva convulsamente una manciata di libri e pontificava a tutti quelli che lo ascoltavano che la vita era semplicemente un sogno ad occhi aperti.

"Togli il tuo culo sognante dal tavolo allora!"

Era impossibile sapere chi l'avesse urlato, ma era molto probabilmente Holger, che gestiva il bar nei giorni pari e non era in vena di filosofia. Gettò uno sguardo sofferente al bellissimo ragazzo moro che serviva i tavoli e che celava il fatto che fosse una donnauna verità che Bastian conosceva intimamente.

Qualcuno lanciò una bottiglia dall'angolo dei ladri e si frantumò ai piedi di Albrecht. Holger si eccitò con interesse alla prospettiva di una rissa.

Tra il rumore, il bere e il fracasso, Bastian scivolò in uno dei separé consumati in fondo alla stanza. Non importava mai vicino a chi si sedeva, dato che a quindici anni aveva perfezionato quel tipo di sorriso che faceva venir la voglia a chiunque di sedersi accanto a lui.

Quella notte, decise di volersi mettere a sedere vicino a chi aveva lanciato la bottiglia.

C'erano altre tre persone nel separé: una donna con i capelli separati a mo' di tenda, e un uomo che sedeva tendendo lei a braccetto e batteva nervosamente il tavolo con la mano libera. Il terzo era un uomo con una cicatrice a forma di lungo serpente che strisciava giù dall'angolo del suo occhi sinistro fino a giacere alla curva della sua mascella. Aveva dei baffi sottili e la pelle scura di uno Zingaro.

"Aha," disse l'uomo. Gesticolò ai suoi compagni affinché guardassero Bastian. "Vedete, amici? Pregate per un angelo, e il buon Dio te ne fa trovare uno proprio davanti."

Bastian sorrise. Sorrideva sempre, non importava quanto maleducate fossero le persone. E quelli che pensavano che era bello compravano sempre il vino.

L'uomo di sangue zingaresco compr� il vino. Bastian lo bevve. Poi l'uomo di sangue zingaresco comprò ancora più vino e lo bevvero tutti. Alla fine Bastian perse il conto, mentre Albrecht strepitava di sogni e l'uomo e la donna aggrovigliavano i piedi con quelli di Bastian sotto il tavolo.

Dieter arrivò al quinto o sesto round—si perdeva sempre il conto dopo il quarto—e trovò Holger e Albrecht che si urlavano addosso, e Bastian che baciava l'uomo di sangue zingaresco attraverso il tavolo mentre la coppia seduta con loro aveva un aspetto scontroso di fronte all'improvvisa svolta degli eventi. Il Volker era un casino, e c'era puzza di rissa nell'aria insieme all'alcol e al sudore.

Era come una vera battaglia, pensò Dieter con un po' di sorpresa. Suppose che avrebbe dovuto portare qualcosa di più di un coltello.

Al sesto o settimo round, Holger lanciò una bottiglia alla testa di Albrecht. E poi, perché era il Volker, tutta l'ira si sguinzagliò.

Bastian stava ancora baciando l'uomo di sangue zingaresco quando Dieter riusc� ad attraversare la folla urlante di puttane incipriate che si tiravano i capelli o che tiravano fuori i coltelli, di camerieri che rovesciavano i tavoli, dei seguaci di Albrecht che si svegliavano dai loro sogni collettivi per rendersi conto che non lo volevano prendere proprio nel petto, sognando o no. Un barile si ruppe. Una signora—se la si poteva chiamare così—gridò.

Dieter bussò sulla spalla di Bastian.

"Un momento," disse Bastian, alzando una mano. L'altra era ingarbugliata nella cravatta dell'uomo di sangue zingaresco. La sua voce era comprensibilmente smorzata. Una bottiglia volò vicino all'orecchio di Dieter ed esplose sul muro sopra il tavolo di Bastian, tempestando scaglie di vetro e schiuma su di loro.

Dieter afferrò Bastian per il braccio e lo trascinò in piedi. L'uomo di sangue zingaresco si alzò in un istante, estraendo un coltello leggero e mediocre.

"Le mie scuse," disse Bastian, facendo un profondo inchino, "ma dubito che tu voglia uccidere il principe."

L'uomo di sangue zingaresco guardò Dieter come se non avesse alcuna importanza chi avrebbe ucciso.

Dieter fece scricchiolare la mascella. Poi notò che la guancia di Bastian stava sanguinando.

"La tua guancia," disse, mettendo il pollice abbastanza vicino alla ferita senza doversi preoccupare di fargli male. "Sta sanguinando."

"Una ferita nobile," disse Bastian. Incespicò contro Dieter, abbastanza goffamente, quando una gamba di una sedia volò vicino al posto in cui stava prima, e Dieter si rese conto che era una schivata complicata. Allora aveva prestato attenzione alla battaglia. Era solo che... sembrava che non l'avesse fatto.

"Dai," disse Dieter. "Andiamocene."

La lotta non era arrivata abbastanza presto, per quanto se ne interessasse Dieter. Era stato lì abbastanza a lungo per vedere il modo in cui tutte le donne guardavano Bastian. Anche tutti gli uomini. Perfino l'uomo maldestro dietro al bar, e specialmente l'uomo sfregiato di sangue zingaresco. Era un consenso comune fra tutti gli uomini e le donne di nota: Bastian era una causa persa.

Dieter lo tirò per il colletto fuori dal Volker e nell'aria più fredda.

"Mai più," disse Dieter, sentendosi come un ragazzo cresciuto troppo che rimproverava il suo cucciolo ribelle. Non sapeva nemmeno se avrebbe funzionato, e inoltre gli faceva male la mano.

*

Il tappeto di orso polare era stato un regalo da un signore della guerra straniero; mostrava rispetto al principe primogenito per la sua abilità in combattimento. Dieter era stato piuttosto a disagio con l'idea che qualcuno fosse andato a fare un'escursione attraverso foreste ghiacciate solo per uccidergli un regalo, ma non era così tanto a disagio da non piacergli averlo intorno. Sarebbe stato maleducato rifiutare l'offerta.

Inoltre a Bastian piaceva.

Era difficile dire cosa sarebbe piaciuto a Bastian, tanto che Dieter si sentiva come se stesse sempre inerpicandosi per tenere stretti quei pochi frammenti di informazione che aveva in mano. A Bastian piaceva il vino. A Bastian piaceva addormentarsi raggomitolato proprio al centro del suo tappeto di orso polare. A Bastian piace parlare di nulla senza fermarsi, perché sapeva che Dieter avrebbe ascoltato qualunque cosa dicesse.

A Bastian piaceva mettere a disagio Dieter, o commentando l'aria fiacca e tremula dei suoi discorsi o girando le dita nei capelli ruvidi e scuri di Dieter come se fosse un gatto bisognoso di attenzione.

"Abbiamo quasi finito la prima bottiglia," osservò Bastian con sorpresa. "Ti stai comportando molto meglio di quanto immaginassi!"

La testa di Dieter giaceva su quella dell'orso polare, in modo che da quell'angolo elevato potesse vedere Bastian ancora seduto dritto con sottile perfezione. Non stava oscillando nemmeno un po'.

"Non è una gara," protestò Dieter, anche se da qualche parte nei meandri della sua mente era certo che lo fosse. Quando si trattava di fratelli, c'era sempre una gara.

Bastian accarezzò con le dita il braccio di Dieter, dove si arrotolava le maniche per non farle macchiare d'inchiostro.

"Devo scrivere un discorso," si ricordò Dieter a voce alta.

"Al contrario." Bastian si chinò sopra di lui e Dieter riuscì a vedere meglio il suo sorriso felino. "Abbiamo un'intera seconda bottiglia da finire ancora."

Dieter cercò di focalizzarla mentre la luce fioca della candela luccicava sulla caraffa e sul vino rosso scuro all'interno. Gli faceva male la testa e c'era qualcosa di sospettoso nel modo in cui Bastian gli stava toccando il braccio. Avevano superato da tempo l'età per il solletico.

"Stai cercando di rovinarmi," disse Dieter. "Non riesco a capire. Smettila... smetti di far brillare la bottiglia in quel modo."

Per un momento, Bastian restò immobile. La nocca del suo indice sinistro era raggomitolata sulla pelle morbida e tenera della curvatura del gomito di Dieter. Voleva cacciarla via, o afferrare il polso di Bastian e tenere la sua mano lì, o fare qualcos'altro. Gli girava ancora la testa. Era sorprendente per lui il fatto che Bastian riuscisse a trovare qualcosa di divertente nell'ubriacarsi così tanto spesso come lui faceva, dato che il soffocato palpito di promessa—un mal di testa al mattino, una bocca che sembrava una calza piena di cotone, mani maldestre, una testa pesante—colpiva a morte ogni piacere che Dieter potesse trovare nella calda e dolce irrazionalità.

Spinse la guancia contro la testa dell'orso polare. Bastian gli solleticava il braccio con il cuscinetto del suo pollice, e poi Dieter riconobbe il suono del vino che veniva versato. Era un suono tintinnante, come se il liquore stesse ridendo di lui.

"Non è altrettanto buono," disse Bastian, la sua voce riecheggiava sul bicchiere, "ma va bene lo stesso." Una pausa, in cui Dieter poté vedere la gola di Bastian fremere mentre inghiottiva. C'era una ciocca leggera di capelli dorati, morbidi e troppo lunghi, che cadevano sulla clavicola di Bastian, impetuosi e fieri attraverso il colletto aperto...

...il colletto aperto...

Dieter batté le palpebre un paio di volte. Quando Bastian si era sbottonato il colletto? Quando buttïò indietro la testa per assaporare il vino, Dieter poteva vedere tutta la lunghezza del collo di Bastian, un segno pallido e roseo vicino alla spalla inconfondibile e irritante. Le dita di Dieter si contrassero, come se lui fosse un marito cornuto che stava per strangolare sua moglie.

Il colletto di Bastian era aperto e si era scrollato di dosso il cappotto. La sua pelle aveva un colore che Dieter non aveva mai visto, non il colore del siero di latte, non il colore del grano, ma qualcosa nel mezzo. Sembrava dolorosamente morbida. Il pelo di orso polare solleticò la guancia di Dieter; la polvere gli andò nel naso. Starnutì.

"Significa che qualcuno, da qualche parte, sta parlando di te," disse Bastian. Gli offrì il bicchiere, il bordo ancora umido dove aveva posato le labbra. "Si può solo sperare che dicano qualcosa di decente."

"È un miracolo che tu non stia sempre a starnutire," disse Dieter, sentendosi poco caritatevole. Prese il bicchiere, e fece un profondo e lungo sorso. Il vino non era altrettanto buono; era troppo dolce e bruciava quando scendeva giù.

"Forse sono diventato immune," meditò Bastian, e poi contrasse le labbra, come se disapprovasse qualcosa. "Vuoi prosciugare quel bicchiere da solo? Non ti hanno insegnato a condividere?"

Dieter batté le palpebre, le sue dita incerte sul liscio rigonfiamento del calice. Era troppo goffo in qualsiasi momento a tenere questi bicchieri nella maniera giusta: sui loro snelli steli aristocratici. Ora che stava a metà strada nella bottiglia—più o meno, non lo sapeva dire con precisione—le sue dita avevano assunto un'aria distaccata, come se non appartenessero davvero a lui.

Spiegava il perché, quando Bastian allungò la mano per prendergli il bicchiere, Dieter cinse le dita insieme per un momento. Bastian parlava sempre, ma era quasi impossibile dirgli delle cose in un modo che l'avrebbe fatto ascoltare. Dieter pensava spesso che per costringere il suo fratellastro, si doveva costringerlo fisicamente. O farlo restare immobile, per così dire. Con le mani.

Un sottile cipiglio corrugò la fronte di Bastian, e poi passò con l'avvento di un altro sorriso felino.

"Posso aiutarti in qualcosa?"

Dieter si mise a sedere. Era un processo insignificante ma per lui era straziante a causa della sua debolezza. In qualche modo si sentiva come un vitellino appena nato che imparava a stare in piedi. Non lo aiutava il fatto che Bastian gli stesse sorridendo in quella maniera precisa, tenerezza e aspettativa arrotolate l'una intorno all'altra come un nodo ingarbugliato, giù formato e che ora si stava stringendo nella bocca dello stomaco di Dieter.

Quando da bambino Bastian cadeva e si sbucciava le ginocchia, non piangeva mai. Sorrideva a Dieter con quella stessa tenerezza e aspettativa, come se giù sapesse che cosa Dieter avrebbe fatto prima ancora che lo facesse. Aveva sempre dato a Dieter un po' di disagio vedere quegli occhi spalancati e furbi su di lui, che lo conoscevano benissimo.

Bastian era adesso troppo grande per farsi baciare le ginocchia. Inoltre non era nemmeno caduto e non le aveva sbucciate.

Non stava dicendo qualcosa?

Bastian strinse le dita di Dieter tra le sue.

"Ah," ricordò Dieter, come se si fosse svegliato da un sogno ad occhi aperti. "Sono molto contento che non sei andato al Volker," disse, ogni parola scelta attentamente e deliberatamente, era il modo in cui parlava quando era costretto a fare un discorso. Bastian diceva sempre che lo faceva sembrare tocco per così dire, ma Dieter intendeva solo essere sincero. Non poteva fare a meno di parlare in quel modo, ogni parola separata dall'altra con la pura forza fratturante di ricordare dove dovrebbero andare. "Stanotte, voglio dire."

Bastian rise, un suono alto e tintinnante che era esattamente lo stesso del vino che veniva versato, ma poi posò la testa sulla spalla di Dieter in modo che non gli potesse vedere la faccia.

"Ci sono andato al Volker," disse alla fine, smorzato contro la gola di Dieter.

"Ma non sei rimasto," disse Dieter.

Bastian annuì. "Ma non sono rimasto," ripeté. Ora le sue labbra erano sulla gola di Dieter; ora non lo erano. Ora i suoi capelli stavano sfiorando la pelle del collo di Dieter; ora le sue ciglia. Dieter si sentiva come se fosse attaccato da delle farfalle. Non si poteva usare la stessa forza contro Bastian—contro le farfalle—di quella usata contro l'esercito di un nemico, ma c'erano delle volte in cui sembrava che Bastian fosse più pericoloso di un nemico. Perlomeno lui rendeva le cose molto difficili.

"Rendi le cose molto difficili," disse Dieter.

"Hm," disse Bastian. La sua voce barbugliava. "Stavo per dire la stessa cosa su di te."

"Sono un libro," protestò Dieter.

"Ah," disse Bastian. "Ma sei aperto o chiuso?"

Ci volle un momento a Dieter per districare le parole di Bastian, che venivano e andavano come una corda che veniva e andava da un nodo. Come gattini in un cesto. Come la stretta agguantante dello stomaco di Dieter.

"Sei tu quello chiuso," disse Dieter. Fece le spallucce a Bastian contro di lui. Bastian pensava di essere un cappotto?

Bastian resisteva, testardo come sempre. "Al contrario," disse. "Ma non c'è bisogno di rovinare questa perfetta e meravigliosa serata con metafore sui libri." Stava respirando sorprendentemente in modo veloce, pensò Dieter, come se fosse appena stato coinvolto in una lotta. O forse era solo perché Dieter poteva sentire ogni ricciolo solleticante di respiro contro il collo.

"Va bene," disse Dieter, in quello che pensava fosse un tono perfettamente amabile "Com'è stata la tua giornata?"

Bastian fece un suono di totale disgusto—suonava sospettosamente e quasi comicamente come "Argh"—e si tirò indietro così all'improvviso che fece male al petto di Dieter. Un momento più tardi, si buttò sul povero orso polare sgonfiato e cominciò ad arricciare le dita nel pelo nel modo in cui le aveva arricciate nei capelli di Dieter.

Anche quello fece arrabbiare Dieter: nella sua pancia iniziò un rimbombo inquietante che poi strisciò su tra le costole.

Esitò, poi posò la mano sulla spalla di Bastian. "È stata...una brutta giornata?" chiese.

"È stata una giornata perfetta e meravigliosa," disse Bastian, i suoi occhi si distolsero da Dieter in un'espressione di perfetto riserbo. Sta sorridendo di nuovo, ma il suo era un sorriso cortese, quello che usava quando sta facendo di pensieri particolarmente crudeli sul grasso Ministro dell'Agricoltura e le sue figlie ugualmente grasse. "È stata perfetta e meravigliosa, esattamente come nei giorni scorsi, grazie."

Dieter gli strinse la spalla. "Come sono le cose al palazzo?"

"Oh, terribilmente noiose," disse Bastian, in qualche modo riuscendo a sembrare convincente come se vivere in un noioso palazzo fosse tanto terribile quanto vivere in una tenda e combattere una campagna militare. Forse, per Bastian, lo era. In un modo o nell'altro, questa era la vita che avevano più o meno scelto.

"Mi dispiace," disse Dieter, non perché era colpa sua, ma perché era dispiaciuto. In qualche modo le loro posizioni si sono invertite, con lui che si appoggiava su Bastian come un tappeto di orso polare. "Io...beh, sicuramente riuscirai a trovare un modo per intrattenerti finché non ritorno a casa."

"Oh, sicuramente," mormorò Bastian velenosamente. Guardò Dieter con vivida ribellione negli occhi. "Infatti sei a stento tanto vitale quanto la vita di palazzo."

*

Quando il fratello di Dieter aveva dodici anni, annunciò che sarebbe andato via a vivere con gli Zingari.

"Lascialo andare," disse il loro padre. "Ogni ragazzo deve provare le conseguenze della propria indipendenza."

"Ritornerò tra poche ore," aggiunse la madre di Bastian, la seconda moglie del re. Aveva lineamenti delicati, e i capelli del colore del pallido vino bianco. Dieter pensò che la potrebbe amare se non fosse così spaventato di spezzarla quando si avvicinava a lei. "Le carovane non si addicono alla sua costituzione nemmeno un po'."

Anche se non gli si addiceva, Dieter lo lasciò andare. Aspettò per ore, fino a che il sole non tramontò al di là della torre ovest del palazzo e la sua camera non assunse una sensazione di fresco serale. Poi, senza consultarsi con sua madre o con suo padre, indossò il suo capotto migliore—imbottito per la stagione invernale, e con lo spazio per crescere nelle sue maniche—e partì per la foresta. Tutti sapevano che gli Zingari vivevano sulla terra del re. Fin quando non interferivano con i loro giochi, e fin quando i loro fuochi non si diffondevano sugli alberi, nessuno obiettava. Dieter immaginò di poter sentire i loro canti mentre si muoveva lentamente nella foresta, una melodia leggera e gioviale realizzata con uno di quei violini malinconici e un sacco di applausi. Si domandò se avrebbe trovato Bastian lì, che cantava insieme a loro, o se il suo fratello si era perso nella foresta ore fa.

Se si fosse perso, era colpa di Dieter per non essere venuto prima. Anche se a Bastian non piaceva che li chiamasse fratelli, e anche se non era sul serio fratelli, Dieter conosceva ancora il suo dovere.

C'erano i lupi nella foresta, ma Dieter non aveva paura dei lupi. Ci sarebbero anche potuti essere degli orsi, se non erano già in letargo per l'inverno, ma Dieter non aveva paura degli orsi. C'erano sicuramente dei banditi che si nascondevano nella foresta, e ti avrebbero tagliato la gola non appena ti sentivano calpestare un ramoscello, ma Dieter non aveva paura dei banditi. Aveva sedici anni e doveva trovare suo fratello prima che lo facessero i lupi o gli orsi o i banditi.

Dieter avrebbe dovuto sapere che avrebbe trovato Bastian proprio com'era: ridendo con felicità tra due rom, con tutte le zingare che lo viziavano e con tutti gli zingari che invidiavano i suoi vestiti raffinati, i suoi anelli brillanti, i gioielli della sua cintura o il bagliore d'oro alle sue orecchie.

Non era giusto, pensò Dieter contro il rigonfiamento di rabbia in gola, dover essere così preoccupato quando Bastian era così felice.

Tuttavia Bastian era freddo quella notte. Dieter lo sapeva perché aveva aspettato ai dintorni dell'accampamento, osservando i fuochi morire. Fu allora che sentì Bastian tremare, abbastanza forte da svegliare l'intero accampamento.

Strisciò nel letto accanto a lui solo per scoprire che non era proprio un letto ma una coperta mangiata dalle falene stesa sul terreno irregolare. Sotto i ramoscelli e le foglie morte scricchiolavano ogni volta che Bastian si muoveva. Ma era testardo, e sarebbe rimasto lì tutta la notte e ogni notte finché non si sarebbe annoiato del gioco. Sarebbe rimasto lì a dispetto di quanto diventasse freddo quando l'inverno iniziava a fare sul serio. Bastava perfino una notte per prendersi un raffreddore.

"Mi stavo domandando quando saresti venuto fuori da quei cespugli," sussurrò Bastian. "Sei qui per unirti agli zingari con me?"

Dieter avvolse le braccia intorno a suo fratello e sospirò. Odorava come i fuochi zingareschi, e gli mancava uno dei suoi orecchini. "Sono venuto a portarti a casa," disse.

*

Le mani di Bastian erano sullo stomaco di Dieter e le sue dita stavano danzando troppo velocemente, così Dieter non riusciva a capire quando toccavano e quando non toccavano.

"Che stai facendo?" chiese Dieter, confusamente. Avrebbe dovuto chiederlo prima, solo che non voleva che Bastian si fermasse. Solleticava, ma non era spiacevole, e da quest'angolo poteva vedere la forma precisa delle spalle di Bastian, l'arco delicato dei suoi polsi, e la scura concentrazione nei suoi occhi. Se solo avesse avuto questo aspetto durante i suoi studi. Se solo avesse questo aspetto con Dieter piuttosto che con una bottiglia di vino o con un bellissimo zingaro sfregiato nel Volker.

"Sto suonando l'ultimo valzer," replicò Bastian.

"Ah," disse Dieter. Era stranamente deludente sapere che la concentrazione negli occhi di Bastian non aveva nulla a che fare con lui dopotutto. Bastian stava solo ricordando le note. "Sono un buon pianoforte?"

"No," disse Bastian, le sue dite ancora cadevano sul petto di Dieter. Chinò la testa abbastanza vicino da sussurrare all'orecchio di Dieter. "Non hai la quantità appropriata di chiavi."

Dieter rise, trasalito e improvvisamente felice. Poi Bastian lo baciò sulla guancia.

Per un momento fu come ritornare nel bel mezzo dell'accampamento degli Zingari, l'unica volta in cui Bastian l'aveva abbracciato come un fratello. C'era una certa tolleranza a simili dimostrazioni di affetto che lui manteneva, ma non era come offrirle. Non era come baciare Dieter di nuovo, questa volta all'angolo della bocca, con lo stesso tocco simile a un battito di ali di farfalle con cui una volta soleva suonare l'ultimo valzer.

"Non puoi suonare il pianoforte con la bocca," mormorò Dieter.

Bastian non smise di baciarlo, prudente e delicato come se avesse paura della reazione di Dieter, ma Dieter la sapeva lunga. Bastian non aveva paura di niente. Sentì dita esperte che gli slacciavano le fibbie della giacca con molto più successo di quanto Dieter di solito avesse. Le mani di Bastian scivolarono dentro per poi posarsi sul suo collo, dita calde e sottili, e perfettamente adeguate a tutti i modi di diversioni strumentali. Dieter sentì qualcosa che si srotolava nel petto, che si slegava con il battito troppo rapido del cuore. Era la stretta costrizione di un disperato dovere che gli si era presentato quella notte nella foresta, qualcosa che andava oltre l'attenzione che Dieter aveva per il suo fratellastro, oltre il suo desiderio di dimostrare al ragazzo rampante dalla bocca imbronciata che erano veramente fratelli, a dispetto del sangue che li separava.

La volta seguente in cui la bocca di Bastian si posò sulla sua, Dieter premette le loro labbra insieme con un entusiasmo senza nome, spostando il suo peso per cacciare via dal bacio quella morbidezza da farfalla, per renderlo qualcosa di più che fugace. Le mani sul suo collo esitarono, come un uccello incerto della sua gruccia prima di affondarci gli artigli—Bastian alla fine affondò le unghie nella carne tenera vicino alla clavicola di Dieter. Dieter si mosse addosso a lui, persuadendo la bocca di Bastian ad aprirsi sotto la sua. Il corpo di Bastian sotto di lui era uno sverzino di fuoco irrequieto, ribelle e affamato insieme.

Dieter era sempre stato più grande di Bastian. Per questo si era sempre controllato, per questo aveva sempre tenuto in mente che il suo fratellastro era qualcuno di cui occuparsi e preoccuparsi. Ma il vino rese Dieter sconsiderato. In qualche modo, gli fece dimenticare completamente tutte le sue cure e così non riusciva nemmeno a ricordare perché erano importanti in primo luogo.

Non riusciva a ricordare perché, nel bel mezzo dell'accampamento degli Zingari, aveva sentito un tumulto nel cuore; il pallido desiderio di scambiare Bastian con qualunque altro fratello sulla faccia della terra si attenuò con il desiderio più feroce di tenerlo dolorosamente vicino a sé.

Bastian rendeva le cose difficili. Le rendeva quasi impossibili.

Non c'era nessun altro che potesse smuovere una tale contraddizione sconcertante di emozioni in una persona così semplice come Dieter. Nessuno, ovviamente, tranne Bastian, che beveva come un pesce, che non dava onore al loro padre, e che rifiutava di riconoscere Dieter come suo fratello anche se tollerava l'insistenza di Dieter nel sottolineare il legame.

Un qualsiasi altro fratello sarebbe stato più adatto, un pari migliore, un compagno più amichevole, ma Bastian era suo. Era il fratello che Dieter doveva proteggere, sostenere, baciare.

Non c'era nessun altro che Dieter avrebbe protetto come Bastian. Non c'era nessun altro che Dieter avrebbe baciato come Bastian. Era e non era suo dovere proteggerlo, qualcosa di profondamente ingranato dal momento in cui si erano incontrati; ma il desiderio di baciare Bastian era qualcosa di interamente egoista, il suo intimo segreto. Era perfino più piccolo di Bastian sotto di lui, che mordeva il labbro inferiore di Dieter come se stessero lottando, e si aggrappava a lui con le sue unghie taglienti. Poi si muovevano ancora e cercavano di slacciare le fibbie complicate della giacca di Dieter, combattendo per togliergli di dosso l'indumento pesante.

A Dieter ci volle un momento per rendersi conto che doveva lasciare le spalle di Bastian per aiutarlo. Gli ci volle un altro momento per persuadere le dita a lasciarlo. Fece un basso suono lamentoso in gola alla loro separazione, qualcosa che causò un sorriso che fece brillare il viso di Bastian, furbo e compiaciuto.

L'espressione suggerì che Bastian aveva immaginato qualcosa di diverso. Ovviamente, non l'aveva fatto; Dieter e l'immaginazione non si incrociavano mai. Tuttavia la possibilità era intossicante.

"Sei ubriaco," disse Bastian. Le punte delle sue dita sfiorarono il petto di Dieter per un magnifico momento, si impigliarono improvvisamente nel colletto prima che riuscisse a togliere con fervore la pesante giacca dalle spalle di Dieter. "Pensavo che non ti ci avrei mai visto."

Dieter seguì affamato il movimento delle labbra di Bastian, e ritornò il sorriso. "Ho bevuto troppo," concordò Dieter. Raggiunse le mani di Bastian e le afferrò. Poteva metterle dove voleva? Poteva implorare un altro tocco da loro? Poteva trattenerle dal muoversi così velocemente?

"Infatti," concordò Bastian, "ed è tutta colpa mia. Sono una terribile influenza." Sembrò, per un istante, come se stesse per ridere. Poi, un impossibile timidezza toccò la curva della sua bocca, e Dieter si ritrovò a bramarla, prendendo il viso di Bastian tra le mani.

Quasi chiese: posso?

Bastian—improvvisamente, stranamente—annuì prima che fosse capace di parlare.

Dieter non dovrebbe sentirsi grato. Non per questo; non per nessun'altra cosa. Un giorno sarebbe diventato re, e quello che voleva era suo. Anche Bastian cadeva sotto la sua giurisdizione. Lo infiammava ancora di più sentire Bastian che tirava al suo guinzaglio: per quanto più giovane, più piccolo e incosciente, era impossibile domarlo.

A Dieter faceva male la testa. Poi Bastian socchiuse le labbra e Dieter poteva vedergli i denti e la lingua.

"Pensavo che avresti," iniziò a dire Bastian.

Dieter lo baciò.

Era bello, era molto bello, il meglio del meglio, senza quella giacca pesante che lo opprimeva e con solo cotone leggerissimo tra di loro. Le dita di Bastian stavano ancora intonando una melodia incomprensibile sulla schiena di Dieter, ma non era più un valzer—piuttosto, era cambiata in qualcosa di lento e quasi malinconica; era il suono basso di corde avvolgenti e martellanti piuttosto che del solletico di una danza spensierata. Bastian lo teneva per la vita e quando Dieter cadde, portò Bastian con sé.

"Sei pesante," disse Bastian. L'irritante gattino. Dieter grugnì.

Dopodiché si baciarono per un po', la lingua di Bastian era più scaltra e più veloce di quella di Dieter, la punta sulle labbra di Dieter o all'angolo della sua bocca muovendosi all'interno con brevi carezze stuzzicanti. Dieter sfregò i fianchi su quelli Bastian ed era sollevato—prima dell'esplosione di calore e bisogno come lo schiocco di una frusta attraverso l'intestino—di sentire Bastian gemere. Anche se Bastian rise, c'era sincerità in quel rumore, e anche piacere.

La fibbia della cintura di Bastian affondò nel fianco di Dieter. Emise un suono di fastidio, afferrando le spalle di Bastian finché non si rese conto che lo stava quasi spezzando.

"Non volevo," disse.

"Non importa," disse Bastian. La sua voce era ansante e più profonda di quanto Dieter ricordasse. "Non è niente." Poi, mosse di scatto i fianchi su quelli di Dieter e Dieter quasi singhiozzò un gemito. Le ginocchia di Bastian erano piegate. Si stava muovendo—muovendo—tirando Dieter tra le sue gambe e inarcandosi contro una delle cosce di Dieter, egoista come sempre.

Ma anche lui era bellissimo, intrappolato nella presa della stessa cosa che aveva catturato Dieter per il ventre e per la gola. Era quasi come se Dieter l'avesse catturato.

La sua mascella era così delicata, la sua espressione quasi sublime. Le sue ciglia cadevano sopra i suoi zigomi, proiettando lunghe ombre, e i suoi capelli erano dorati in opposizione al bianco pelo sotto di lui. La sua bocca era umida. Il suo respiro era diventando rapido e aspro, profondo. Dieter aveva passato i suoi anni formativi a imparare tutto quello che un giovane uomo doveva sapere per essere un giorno re. Aveva padronanza su tutto, tranne che questo: la creatura sotto di lui che lo faceva impazzire. Arrivargli così vicino era bellissimo, l'impeto feroce di ciò aveva catturato le mani di Dieter, che si muovevano per eliminare l'urto violento della cintura di Bastian contro il suo fianco. Combatté con esso, dita maldestre e troppo grandi, prima di placarsi, prima di conquistare, per poi lottare con i pantaloni di Bastian.

Dieter non aveva mai sentito un suono simile. Era quasi come se si fosse sforzato di creare una situazione che nemmeno Bastian avrebbe potuto mai predire. Forse l'aveva fatto, sebbene non sapesse del tutto come.

Bastian inarcò di nuovo i fianchi, premendo la coscia di Dieter tra le sue. Le sue guance erano di un rosa acceso, febbrile. Il viso di Dieter diventò caldo. Si domandò se stesse arrossendo nella stessa maniera, dato che la sua pelle era più scura a causa del sole. Poi Bastian si incurvò ancora contro di lui—il corpo di Bastian si inarcò contro di lui—e simili pensieri sembrarono molto distanti, sciocchi e inutili.   

Non aveva spento la lampada quando Bastian era entrato, dato che allora, comunque molto tempo prima, stava lavorando sul suo discorso. Il pensiero non gli era neanche passato per la mente. Ora che aveva Bastian steso sulla schiena con il tappeto di orso polare sotto di loro, sembrò solo appropriata. La luce metteva Dieter leggermente a disagio e lo rendeva troppo consapevole del rossore sulla pelle di Bastian quando Dieter gli sbottonò la camicia, e dello sguardo chiaramente sollecito sul suo viso quando Dieter spinse i fianchi contro quelli di Bastian con improvvisa disperazione. Aveva sempre visto troppo di Bastian da ormai essere completamente a proprio agio. Poteva vedere troppo bene, troppo, ma tenere la luce accesa era la cosa giusta.

Le dita di Bastian si attaccarono ai bottoni di Dieter, annaspanti e impazienti, aggrovigliando le braccia contro ogni proposito e tirando via la sua camicia dalla testa. Non bastava. Dieter emise un rumore di frustrazione che gli si incastrò in gola, rimase intrappolato proprio come lo erano state le sue braccia. Schiacciò Bastian ancora più vicino a sé mentre lo teneva costretto sul tappeto, il vino che gli scorreva caldo nel sangue e che incoraggiava quell'altro desiderio più profondo. Bastian rastrellò con le unghie la schiena di Dieter, disegnando linee incandescenti di sensazione sopra i muscoli volubili sempre più in basso, più in basso, trascinandogli giù l'orlo dei pantaloni.

"Non posso," disse Dieter.

"Ecco," disse Bastian, e sollevò i fianchi, trovando le mani di Dieter con le sue, più piccole e pallide. Sembrava impossibile che avesse un aspetto così pallido in opposizione al pelo bianco sotto di lui.

Dieter si domandò in modo assente se lo stesse schiacciando, ma poi decise che non gli interessava. Che non importava, perché Bastian non si stava lamentando—e Bastian si sarebbe lamentato, non importava la situazione, se gli dava fastidio. Dieter toccò la linea nuda del fianco di Bastian, la pelle della sua coscia, impossibilmente morbida dove tutti erano impossibilmente morbidi, persino le persone che non erano Bastian. Bastian tremò come l'acqua increspata, le sue dita tese e bisognose sulla schiena di Dieter.

Poi, all'improvviso, i suoi occhi si spalancarono. 

"Aspetta," disse, lasciando andare Dieter quel poco che bastava per raggiungere la sua giacca, che giaceva spiegazzata sul pavimento. La tirò più vicino a loro e infilò la mano in una delle tasche, mentre Dieter faceva circolari movimenti impazienti e sofferenti con i suoi fianchi.

"Aha!" disse Bastian, sembrando sommamente compiaciuto di sé quando estrasse il piccolo orcio blu. La sua lozione per mani, pensò Dieter; gliel'aveva già vista usare. Bastian la porse a Dieter. "Usa questo."

Dieter lo prese, sentendo come se la sua pelle fosse resuscitata con il vino, e adesso stava bruciando ogni volta che si toccavano. Se era così che Bastian si sentiva quando era ubriaco, allora Dieter poteva quasi perdonarlo. Quasi. Per poco non gridò quando Bastian si incurvò contro di lui, mordendosi il labbro e trascinandolo giù per un altro bacio. Bastian non rabbrividì al freddo della lozione, o alle dita di Dieter, ma emise un rumore improvviso, acuto e trepidante come se fosse stato catturato da un temporale.

Bastian non era mai stato catturato dai temporali che lo circondavano, ma adesso era stato catturato da Dieter.

"Lo faccio io," disse Bastian. Dieter non se lo aspettava, le parole o il potere cauto della voce di Bastian. Era più controllato di quanto Dieter pensasse, e più di quanto lo fosse Dieter. Le morbide cosce di Bastian erano all'improvviso forti, e Dieter permise alla mano di Bastian di posarsi sul suo petto, con la guida severa di un addestratore che guidava una stallone nella sua stalla.

"Oh," disse Dieter.

Erano ovvi adesso, i molti squilibri. I gomiti di Dieter colpirono il tappeto e quasi perse l'equilibrio prima di tirare Bastian con sé. I capelli di Bastian gli solleticavano il petto; le dita di Bastian toccavano quelle di Dieter, scivolose a causa della lozione e callose.

"Lascerai dei lividi," disse Bastian, una momentanea distrazione. Non suonava come se gli dispiacesse.

Nemmeno Dieter pensava che gli dispiacesse.

Poi, senza alcun avviso, Bastian aveva la mano tra le sue gambe, sulla disperata durezza dolorante che era lì. Era quasi imbarazzante—quanto poco controllo Dieter avesse, come alzò i fianchi con urgenza contro il ritmo persistente della mano di Bastian. Dieter respirava appena attraverso il naso, la sua mascella era serrata. I suoi muscoli erano pronti, come se volessero andare in combattimento.

Non era una persona qualunque quella che era inginocchiata accanto a lui. Era il ginocchio di Bastian che si era rifugiato sulla curvatura della coscia di Dieter, erano i capelli di Bastian che gli solleticavano la pelle, erano le dita di Bastian, era il palmo della mano di Bastian. Chiuse gli occhi per un attimo, sussurrando le stesse cose che diceva a se stesso prima di una battaglia. Era un uomo, non un dio. Un uomo poteva salvarsi mantenendosi lucido di mente. Non c'era niente che poteva essere fatto. La decisione era già stata presa. Tutto quello che era rimasto era combattere. Tutto quello che poteva fare era combattere bene.

Pensava anche a Bastian prima di una battaglia però, e pensare a Bastian adesso gli rovinava la concentrazione, un turbine che disturbava tutta la chiarezza.

Anche i pensieri di Dieter si sentivano nudi.

Bastian gli diede una piccola gomitata, accarezzò le sue dita sulla pancia di Dieter. Senza pensarci, i muscoli si tesero.

"Apri gli occhi," disse Bastian.

Dieter lo fece.

C'era Bastian sopra di lui, accoccolato come un gatto e allo stesso tempo compiaciuto di sé. I capelli gli ombreggiavano il lato sinistro del viso, ma la luce della lampada gli illuminava il lato destro, tagliando ogni linea con ombre maligne. Aveva l'aspetto di un guerriero, pensò Dieter. Il vino gli confondeva i ricordi. Era possibile che Bastian avesse sempre avuto questo aspetto—e Dieter aveva semplicemente il ricordo di un altro fratello, uno più giovane, al posto di Bastian.

"Sei," disse Dieter.

Bastian scosse la testa. "No," disse. Era di nuovo timido—riservato, sì, ma c'era dell'onestà in questo—e si tirò indietro; all'inizio Dieter suppose a causa del suo riserbo. Ma poi Bastian allungò di nuovo la mano per prendere la lozione, che fortunatamente non profumava: non ci sarebbe stato nessun particolare olio o profumo che Dieter avrebbe dovuto evitare per il resto della sua vita.  

Dieter tracciò con le dita la sagoma del fianco di Bastian, l'arco della sua schiena, nell'aria.

"Ma cosa," provò a dire di nuovo Dieter.

"Sei terribilmente impaziente," disse Bastian, muovendosi con un'efficienza che Dieter scoprì di odiare. Le sue dita luccicavano, si muovevano rapidamente, e poi—

Il cuore di Dieter si fermò. Lo sentì fremere ad un alt nel petto, prima che cominciasse a battere di nuovo, troppo rapidamente. L'angolo appuntito del gomito di Bastian, la curva del suo braccio, l'inclinazione della sua schiena. C'era un piccolo solco di concentrazione dove normalmente la pelle era liscia, proprio tra le sopracciglia. Le sue labbra si separarono e Dieter alzò i fianchi per andargli incontro.

Tutto l'aria lasciò subito la gola di Bastian mentre Dieter spingeva dentro di lui. Era un suono tenero, ma Dieter riuscì a sentirlo. Non c'era nient'altro.

Lentamente, lentamente, Bastian cominciò a muoversi, e Dieter poteva sentire le pietre fredde della sua cintura che gli premevano contro lo stomaco, poteva sentire Bastian stretto e caldo intorno a lui, il suo peso era tutto puntato su Dieter, e i suoi capelli gli solleticavano il viso.

I capelli di Bastian profumavano di vaniglia. Dieter non sapeva di esserselo chiesto, finché non lo seppe. Le sue mani si aggrapparono al pelo bianco sotto di loro, cercando di trovare un punto d'appoggio contro quello che minacciava di distruggerlo completamente. Bastian non ci fece caso, ma si mosse di nuovo, tutto il suo corpo era tirato in una tesa figura arcuata di un sottile arco dorato.

Questa volta Dieter rimase senza fiato; i suoi fianchi venivano attirati, impotenti, in avanti. Aveva sempre avuto completamente il controllo del suo corpo, l'allenamento militare che picchiò fuori di lui qualsiasi goffaggine esistenziale lo fece raddrizzare. Che Bastian dovesse essere la causa di ogni eccezione sembrava sia ingiusto che inevitabile.

Bastian era sempre l'eccezione.

Dieter si aggrappò alle gambe di Bastian, pollice curvato sulla morbida piega dove il fianco incontrava la coscia. Poteva sentire il respiro di Bastian, quieto ma incostante, l'unica indicazione di incertezza da quando avevano iniziato. Bastian strinse le cosce in un improvviso movimento potente che spinse tutta l'aria dai polmoni di Dieter come se fosse caduto da un cavallo. Dieter imprecò sottovoce.

Non poteva vedere il viso di Bastian, ma poteva comunque immaginarsi che ci fosse un sorriso lì, perfetto e soddisfatto di sé, e forse toccato con la comprensione della stessa rovina che Dieter poteva sentire sorprenderlo. Non era più una semplice minaccia. Era l'unica destinazione.

Dieter seppellì il viso sulla spalla di Bastian, nella cascata dei suoi capelli. Gli baciò il collo attraverso di essa finché la bocca non gli catturò i capelli, e poteva sentire Bastian che rideva di lui.

Sapevano entrambi chi aveva il controllo qui; l'unica concessione che gli aveva fatto era l'atto, quasi insignificante, di allargare le gambe e invitare Dieter dentro.

Il resto, ogni movimento mutevole, ogni spinta affamata, era sotto il potere di Bastian determinare e decidere. Dieter toccò la sua pancia liscia con la mano ruvida, la linea inaspettata di peli dorati che non era affatto morbida come la pelle, in una linea irregolare sotto l'ombelico di Bastian.

Dieter aveva bisogno qualcosa a cui aggrapparsi, ma non c'era nulla. Bastian era dannatamente troppo morbido. Gli angoli che aveva avuto per tutto il giorno si erano alleggeriti, e l'inclinazione della sua schiena, la curvatura del suo culo verso le cosce, erano quasi, quasi femminili.

Dieter aveva conosciuto donne così, aveva scelto donne così. Non erano giuste però, solo una scarsa approssimazione.

L'unica parte che lo disturbava era che non poteva vedere il viso di Bastian.

Si muoveva, calmo e lento in opposizione agli altri istinti—più crudeli, più rapidi, più feroci—che erano forzati. Bastian stava ancora ridendo di lui, si domandò, o le sue labbra, la sua bocca, i suoi occhi, persino la sua mascella si erano alleviati, come il resto del suo corpo?

Bastian si allontanò convulsamente da lui. Era stretto intorno a Dieter; Dieter era profondamente dentro di lui. Era come avere uno schiocco di frusta dentro di sé, e di nuovo Dieter si arrese.

"Bastian," disse.

"Fratello," rispose Bastian.

Era un dolce ritorno a casa. Dieter gridò e afferrò per dietro le cosce di Bastian, e si mosse impetuosamente per l'orgasmo, sempre più a fondo. Con una parola, aveva perso anche la più piccola capacità di controllo che era riuscito a raccogliere, la sentì scagliarsi in pezzi contro le rocce. Questo era il soldato che subentrava in lui, la pura adrenalina del momento che soverchiava anche il vino.

Bastian mormorò qualcosa di delicato e sognante, poi affondò violentemente le unghie nella curva carnosa delle spalle di Dieter. Spinse in basso i fianchi con un improvviso movimento sussultante, come se fosse attirato da qualcosa di più dolce della pressione della gravità, e d'altronde era qualcosa di molto più allettante. Dieter sollevò la testa per incontrarlo, premendo insieme le bocche senza grazia mentre portava Bastian verso l'orgasmo, crudo e rude alla fine. Era tutto quello che Dieter sapeva della carne e del sangue. Baciò i capelli di Bastian, nel posto dove il collo era diventato bagnato per il sudore sotto la loro ombra. Bastian lo permise anche se voltò il viso, ed emise un lungo e lussureggiante sospiro, come un animale saziato.

Dieter sollevò la mano per prendere la curva della mascella di Bastian, ripercorrendola con un pollice calloso. Con sua sorpresa, Bastian gli permise di girargli la faccia per baciarlo, e quando il bacio finì aveva un'aria incerta, come se in qualche modo, anche se solo per un istante, Dieter fosse riuscito a cancellare il suo riserbo dal viso.

"Ho un discorso da finire," mormorò Dieter, pieno di rimpianto. Poteva già sentire gli inizi del mal di testa di domani che gli avrebbe martellato le tempie e dietro agli occhi.

"Mm," concordò Bastian. Girò la faccia sulla spalla di Dieter, e sussurrò qualcosa.

Dieter abbassò la testa, dando un colpetto con il naso alla guancia di Bastian per fargli alzare di nuovo la faccia. "Non ho capito."

"Non andare," disse Bastian. "Domani, voglio dire. Lascia il discorso ai tuoi luogotenenti—quello spaventoso con i baffi da topo, sai, quello che odio—e io posso rimanere qui stanotte, e tu puoi stare qui con me domani."

"È un discorso molto importante," disse Dieter. Bastian si spostò su di lui così facilmente e indiscutibilmente quanto la decisione che si spostava nel petto di Dieter.

"Saprò ricompensarti," disse Bastian.

Dieter esitò quando Bastian si raggomitolò su di lui. Il rubino dell'anello di Bastian gli faceva l'occhiolino, le dita di Bastian erano prive di energia. Dieter voleva toccarle, ma Bastian stava sul suo braccio, e l'altra mano di Dieter era occupata: teneva fermamente il fianco di Bastian. Se non poteva lasciarlo andare ora, si rese conto Dieter, sarebbe stato ancora più difficile al mattino.

"Il discorso," disse Dieter, esitante. "Potrei sempre..."

"Dà un'aria di mistero avere dei luogotenenti che lo fanno per te," fece notare Bastian.

Quello che dava, voleva dire Dieter, era un'aria di confusione. La gente si sarebbe domandata perché non fosse lì. Le speculazioni si sarebbero propagate con il gossip, e loro padre...

"Non è finito," disse invece.

"Te lo finirò io," disse Bastian, "al mattino. Prima di colazione." I suoi capelli erano del colore del vino—non del tipo che preferiva, abbastanza curiosamente, ma bianco dorato. Acido e dolce, pensò Dieter, e si acquattò alla rozzezza inesperta del paragone. Non era un poeta dopotutto.

"Va bene," disse Dieter per esteso. "Lascerò detto di—"

Bastian lo interruppe con un sbadiglio dilettato. "Mmf," disse, mettendo la testa sulla spalla di Dieter, come se l'avesse scambiata per un cuscino. Probabilmente non aveva idea di quanto terribile sarebbe sembrato, di come la cosa sarebbe ricaduta negativamente su Dieter, sebbene avesse indubbiamente una certa idea che a Dieter sarebbe importato ben poco. "Buona notte."

L'ultima cosa che Dieter pensò, mentre scivolava in un sonno pesante, era che qualcuno poteva facilmente usare Bastian contro di lui—per sabotarlo politicamente—proprio così.

Naturalmente non era possibile. Bastian era suo fratello. Ma non dormì serenamente.

*

Bastian aveva promesso di fare visita ad Amalia, che era una rossa. Era già passata di molto l'ora in cui aveva promesso di incontrarla, ma questo faceva tutto parte del piano.

"Lasciarla aspettare," disse a Ingrid, che sapeva della relazione. "La tiene sulla punta dei piedi."

Ingrid sospirò, e proseguì a pulire il tavolino seguente. "Ci sarai tu sulla punta dei piedi," fece notare, "quando ti lancerò fino all'ultimo pezzo di mobilia per essere arrivato così tardi."

Bastian fece le spallucce. Ingrid aveva probabilmente ragione, ma si era procurato due bottiglie di dolce vino bianco, il tipo che piaceva ad Amalia, e aveva una bella sensazione per il resto della notte. Tutto quello che doveva fare era aspettare—'attesa rendeva il vino d'annata molto più dolce dopotutto.

Un po' di tavoli più in là, Holger, che aveva la notte libera, stava parlando con alcuni uomini che Bastian non riconosceva. Se doveva proprio descriverli, avrebbe scommesso che fossero ciarloni e ladri, piccoli ladri ma ciarloni professionisti. Sta ascoltando la loro conversazione con un certo interesse mentre continuava quella con Ingrid, ma l'ultima parte catturò la sua attenzione.

"...te lo dico, è vero quanto la tetta sinistra di mia madre."

"Che ha quella destra?"

"Sta zitto, Ernst." Era Holger che parlava. "Racconta il resto."

Il primo uomo fece un suono soddisfatto prima di continuare. "L'ho sentito da fonti affidabili, come ho detto. Ci sarà un piccolo pri-pro-qua all'assemblea di domani."

"Tu e le tue predizioni," mormorò il secondo ladro, ma sembrava meno dubbioso. "Queste sono le stesse fonti dell'ultima volta?"

"Proprio le stesse," disse il primo uomo. "E hai visto cos'è successo. Tre morti, e il quarto è come se lo fosse."

Il secondo uomo fischiò. Holger bevve la sua birra.

"Comunque sia non lascerei un mio amico immischiarsi tra la folla e i discorsi domani mattina," continuò il primo uomo. "Non sai mai cosa capiterà quando c'è un certo tipo di chiacchiera nell'aria. È tutto quello che ho da dire."

Bastian rimase seduto per ancora un po', il resto della conversazione—su tasse, puttane, guadagni, razze—che si diffondeva a intermittenza. C'erano stati un sacco di pettegolezzi quella sera, e non dava retta nemmeno alla metà. Amalia era una rossa e a Bastian piacevano molto le rosse. E gli piaceva molto Amalia, se doveva proprio ammetterlo.

C'era sempre una possibilità che fosse solo un frivolo pettegolezzo. C'era sempre la possibilità che non lo fosse.

L'ultima volta che avevano parlato, Dieter era distratto, occupato a lavorare su uno dei suoi orribili discorsi. Ci metteva sempre troppo a scriverli, e a quel punto assomigliavano a mala pena a un linguaggio, parole torturate quasi a morte per suonare politicamente appropriate.

"Te ne vai o rimarrai lì per tutta la notte?" chiese Ingrid un po' più tardi.

Bastian guardò le sue bottiglie di vino.

"A dire la verità, vorrei scambiare queste," disse, "con qualcosa di un po' più...virile."

***


Fanart by lawrence red

Nessun orso polare è stato maltrattato durante la stesura di questa storia.


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