PICCOLE STORIE DI PICCOLE FANTASIE

 {In questa sezione, sono raccolte undici storie veramente molto brevi ma tuttavia meravigliose scritte tra il 2005 e il 2006. Godetevele!}

L'ACCHIAPPASOGNI

Uomini. Uomini con pistole. Perché no? Due di loro, due uomini, e rimanendo nelle mie solite tematiche, saranno fratelli. Il più grande dei due è Jack - e già che ci siamo, il più piccolo si chiama Lawrence. Dio, solamente guardandoli, ti ricordano - sono quel tipo di persone che fanno ricordare - della differenza che c'è tra una persona d'aspetto semplicemente piacevole e una persona veramente bella, tra quelli che interessanti da guardare e quelli che sono interessanti nello stesso modo d'un capolavoro d'arte. Questi due uomini, i nostri fratelli, sono sul serio molto belli, così belli che è quasi doloroso guardarli.

Li vedi con la coda dell'occhio nel supermercato, mentre comprano un detergente per il bucato, uno shampoo economico, deodorante, due o tre bottiglie di soda e caffè istantaneo e all'improvviso hai quella Sensazione. Sei geloso. Vuoi essere come loro; sono speciali. È il potere di quelli sinceramente belli, una sorta di magia. Vuoi sapere chi sono - chi sono?, ti domandi - e da dove vengono, perché sono qui, dalla lista dettagliata della spesa a se compreranno della carta igienica o no e se sì, quale tipo. Senza essere capace di fermarti, sei ben disposto a cadere così in basso per loro, per il potere che la loro bellezza ha su di te. Solo le persone veramente belle possono farlo, ti danno quell'impressione fisica, lacerante nel tuo stomaco, che hanno una storia da raccontare e, soprattutto, vuoi davvero ascoltarla.

Sono i miei fratelli. Non dimenticarti delle loro pistole; adesso ci arrivo. Jack e Lawrence possiedono delle pistole per un motivo, non solo per quella regola che hai imparato nel corso da drammaturgo quando avevi quattordici anni: se c'è una pistola in una scena, qualcuno verrà sparato prima che il sipario scenda nell'ultimo atto. È anche lo stesso corso in cui la battuta "Chi c'è?" che apre l'Amleto è il nodo della questione, come del resto lo sono tutte le prime battute. Il nodo della mia questione sono gli uomini, gli uomini con le pistole, sebbene non sia un uomo e abbia sparato solo una volta le lattine da uno steccato in un posto sperduto, Massachussets, ma questo non è importante.

Jack ha venticinque anni e Lawrence venti. Sono in un supermercato. A fare la spesa. Li osservi vagare nei corridoi come se fare la spesa nel supermercato fosse qualcosa di relativamente speciale, il che ti fa domandare se questa routine quotidiana, fatta di bustine di tè, sugo di pomodoro, latte e cibo per cani, non li plachi in qualche modo, come una ninnananna ritmica, monotona e stancante.

Cinque anni fa è successo qualcosa di terribile. Jack ha fatto una scelta - le decisioni devo essere prese non importa come le devi prendere, e non c'è modo di evitare la progressione più ordinaria della vita. È possibile che Jack abbia fatto la scelta giusta e qualcosa di terribile è successo comunque, la giusta cosa terribile. O forse era qualcosa di assolutamente casuale, nulla di premeditato o predestinato. Ci devi fare il callo. Ecco cosa è successo.

Jack aveva vent'anni, senza gli stessi lividi nei suoi occhi che gli conferiscono una tale profondità di colore, i lividi che adesso ha, nel corridoio cinque, chiedendosi se comprare del tonno anche se non gli piace molto, ma almeno è economico.

(Jack a vent'anni, cinque anni fa. Avanti, prendi una decisione.)

Jack a vent'anni conosce cose che la maggior parte della gente non sa, per esempio come i pirati saccheggiano il cielo notturno in navi di materia oscura rieccheggiando le increspature più pronfonde di un mare oscuro ed energetico. Sa che questo ha a che fare con come dormiamo e perché sogniamo, l'importanza della nostra natura umana, i piccoli mostri, la paura e lo strisciamento della fede. C'è rimasto solo un vero dio, re del sogno, e qualcuno deve controllare lui e i suoi pirati. Qualcuno deve essere l'omino del sonno. Qualcuno deve badare alle persone che possono affogare nei loro stessi sogni. Sono solo lui e Lawrence adesso che il padre è salpato in quell'oceano tre anni fa e gli ha lasciato gli affari di famiglia, sentinelle del sonno.

È una scappatoia? I sogni sono insoddisfacenti? Sono un territorio pericoloso, tutti dicono così.

"Bada a tuo fratello," dice il padre, proprio prima di partire. "Io forse farò la differenza o no, ma tu bada a lui. Puoi farlo, Jack?"

"Sì," dice Jack. "Sì, posso farlo."

"Va bene." Il padre gli dà un buffetto sulla spalla.

Ma quello è stato tre anni prima della cosa terribile, non che tre anni siano sufficienti per superare una perdita così fondamentale come quella, soprattutto quando Jack sapeva quanto fosse pericoloso chiudere gli occhi. Per tre anni, Jack ricorda il consiglio del padre: dormi in turni, stai attento ai segnali, non guardarti alla spalle quando corri perché vedere cosa c'è non t'aiuterà e guardare ti rallenta e basta. Puoi farlo, Jack? Sì, Jack può farlo. Jack lo fa per tre anni finché non accade la cosa terribile davanti a qualcosa che avrebbe potuto essere peggiore.

Il sonno quasi si impossessa di Lawrence.

Come lo sa Jack? Jack lo sa. I sogni aspettano solo che abbassi la guardia, il che è a quello che serve il sonno, solo che Jack non ha mai conosciuto quel tipo di riposo e, grazie alla forza dell'abitudine e ai segreti che sa, da tempo ha smesso di agognare per lui. Lawrence però ha quindici anni, un'età pericolosa, e Jack non è il padre. Jack a volte abbassa la guardia. Jack non è pronto a salpare nella notte, con i sogni che scintillano nell'oscurità come stelle e nel mezzo i loro ardenti mondi separati, senza mappa e che si allungano ogni secondo. Venti chilometri al secondo, per essere precisi.

Il sonno quasi si impossessa di Lawrence e Jack ci si addentra, sparando a raffica, solo per fermarlo. Non puoi salvare qualcuno che ami da un bel sogno, soleva dire il padre, perché gli sei troppo vicino. Il tuo stesso sogno potrebbe essere in quel sogno e cosa succede dopo? Entrambi morite. Le pistole non funzionano su un doppelganger. Muori nel sogno, rimani morto dovunque. Jack sa tutto questo e ci si addentra, sparando a raffica, per tirar fuori Lawrence. Non è mai stato fatto prima d'ora. Bada a tuo fratello. Puoi farlo, Jack? Sì, posso farlo.

Jack non parla di quello che è successo. Lawrence non lo ricorda. Quello che conta, quello che è importante, è che Jack riesce a tirar fuori Lawrence, ma l'azione non è senza il suo prezzo; quando spari a raffica ai sogni essi si lacerano e il padre non gli ha mai spiegato cosa fare con un sogno lacerato, a parte lasciarli sanguinare nel mondo reale, non puoi fare altro che aspettare che il sogno avveleni le tue vene insonni. Nonostante Jack pensi di aver fatto una cosa terribile, Lawrence almeno è salvo ed è quello che importa. Altre persone moriranno nei sogni ma Jack non prova nessun rimorso, e se lo dovesse fare di nuovo, farebbe esattamente la stessa cosa. Punto e fine.

Entrare in un sogno è facile, ma non dimenticare di andarci armato. Sistema bene gli acchiappasogni e puoi catturare te stesso in un sogno.

Forse i sogni sono una scappatoia. Sono sicuramente un territorio pericoloso. Quello che devi ricordare è che qui i sogni contano quanto la vita reale; ecco il tranello, il succo, la capocchia dello spillo, il cuore della ragnatela. Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni; siamo fatti di stelle. Rilassati. Lasciati andare. Credici. I sogni stanno strappando le fessure del reale e stanno sanguinando attraverso di esse, poco a poco. Jack lo sa - è colpa sua. Siamo responsabili dei nostri sogni.

*

Jack e Lawrence non esistono veramente, così quando li vedo nel supermercato, inutile dirlo, non ci credo nemmeno.

"Ehi, li vogliamo i Cheerios o no?" chiede Jack, prendendo una scatola e scuotendola leggermente. "Perché sanno di cartone, amico, non esiste che mangi quella merda."

"Beh, sì, non possiamo neanche prendere palline melate di diabete per colazione però," dice Lawrence.

"Gesù," dice Jack, ma mette comunque i Cheerios nel carrello.

Questo è il Shelburne Falls Stop’n’Shop, dove i prezzi sono i più bassi. Jack e Lawrence non dovrebbero essere qui, e non solo perché li ho inventati. Questa è la peggiore auto-inserzione al mondo, ma chi mi può fermare? Me stesso? Non so nemmeno cosa sta succedendo, ma eccoli qua, uomini con pistole, che frugano tra le scatole di caffè più economico, belli come ho sempre immaginato. Hanno lo stesso mento e gli occhi di Jack sono più straordinari. Ha anche una bocca vulnerabile, che compensa guardandoti di traverso e sistemando la mandibola per far in modo che non sia evidente. In qualche modo Lawrence, che è più alto e più serio, sembra comunque più giovane. Non riesco neanche a riconoscere la loro auto nel parcheggio.

Provo a ricordare cosa significhi, se non altro, il fatto che riesca a vederli. Qualcosa a che fare con i sogni.

"Birra rossa dell'Adirondack," dice Jack. "Fantastico. Ed è anche piuttosto economica."

Se lo ignoro, forse se ne andrà. Passo un sacco di tempo a fissare il pane finché non sono sicura che abbiano finito di fare spesa, finito e pronti a partire, ad andare avanti, cacciando sogni e stando in guardia, senza mai risolvere del tutto i loro problemi. Ecco quello che ricordo: faccende in sospeso. Mi piacciono le faccende in sospeso, uomini, uomini con pistole, sogni, riferimenti ambigui alla scienza: è quello che ho messo insieme durante gli anni. I soliti tropi. Fratelli.

Alla fine, però, i nostri occhi si incontrano vicino allo scaffale dei panini al gelato, che non posso mangiare perché sono intollerante al lattosio. Siamo responsabili dei nostri sogni - ricordo quella parte.

"Merda," dice Jack. "Sei tu."

La prima cosa che penso di dire è "sei arrabbiato?"

"Sì," dice. "Un po'."

"Come, uhm," chiedo, "come sta Lawrence?"

"Vivo," dice Jack. "Probabilmente adesso sta comprando del pane. Cazzo, è stato veloce."

"Cosa è stato veloce?"

"Beh," spiega Jack, " ti stavamo cercando. Solo che ti sei trasferita. Abbiamo immaginato che ci stessi dietro, che sapevi che stavamo arrivando e non volevi affrontare quello che avevi fatto. Non pensavo che saresti stata semplicemente qui."

"Non sei reale," gli faccio notare. "Ti ho inventato."

"Già, grazie per quello, comunque. Sono davvero - mi hanno divertito tanto le cose che ci hai fatto." Jack gioca con l'amuleto che gli ho dato, a cui non ho mai dato un significato; è solo qualcosa che ho visto una volta ad un museo e dovevo averla, una piccola fiala di liquido, qualcosa che si chiamava 'polvere di stella' ma che probabilmente era solo terra o lustrini. Ho dato a Jack anche la tendenza di giocare con l'amuleto, le sue belle dita virili, con unghie sporche, significative di un qualche tratto caratteriale, come forse essere puliti non è così importante come concludere il lavoro.

"Quindi," dico. "Sei - vuoi vendicarti?"

"Faccende in sospeso," dice Jack. "Abbiamo lacerato quel sogno al mondo, tesoro. Io e te." Mi viene vicino e mette una mano sul mio braccio: odora di virilità e un po' di detergente. Indossa una camicia a coste, la mia preferita delle sue camicie preferite. "Ma tu non hai mai finito la storia. Quindi adesso abbiamo un problema."

"Siamo responsabili dei nostri sogni?"

"Buca in uno," dice Jack. "Vieni alla macchina. Lawrence sta aspettando."

   

IL BUFFONE DI MIO PADRE

Avevo quindici anni quando ereditai il buffone di mio padre.

Non fu qualcosa a cui diedi molto peso a quel tempo. Con la morte di mio padre avevo ereditato molto di più, e non capivo perché avesse tenuto un semplice buffone. Era una vecchia tradizione, e comunque, c'erano altre cose a cui pensare. Tanto per cominciare, la morte inaspettata di mio padre significò che non ero più un principe ma un re. Quello e il mio dolore naturale della sua perdita, i rituali per il lutto e la preparazione per la mia incoronazione, mi hanno tenuto occupato per settimane. Fu solo molto più tardi, molto dopo di quando lo ereditai effettivamente, che incontrai per la mia volta il buffone di mio padre.

Stava inginocchiato negli alloggi privati di mio padre dietro la stanza del trono, accanto al trono privato di mio padre. Da dove stavo potevo solo vedere la linea della sua schiena e i suoi capelli scuri separati sopra il collo, il che dava alla sua posizione una qualità vulnerabile. Tuttavia, sapeva che ero lì. Senza sprecare ulteriormente tempo, si è alzato in un movimento improvviso di foulard dal colore vivace e polvere dorata. Il buffone stava facendo giochi di prestigio.

Dato che era un buffone, non gli era richiesto di vestirsi a lutto. Soltanto i suoi capelli e i suoi occhi erano neri, il resto di lui era pallido, cadaverico e scarno, il duro naso inesorabile e aguzzo sopra la bocca storta. Era vestito di rosso; velluto. Immaginai che non potesse essere più grande di me, anche se, quando mi avvicinai, mi accorsi di aver giudicato male la sua età. Era piccolo e magro e quello aveva gettato la mia approssimazione; quando mi trovai più vicino mi accorsi che doveva almeno avere cinque anni più di me. C'era una luce particolare di malinconia nei suoi occhi, soprattutto quando rideva, che mi diede questa impressione di maturità e quasi di saggezza.

Tuttavia, malgrado la sua espressione, mi diede anche l'impressione che nient'altro della sua natura generale dava ai suoi occhi questa qualità. In particolare non era addolorato per la morte del suo re.

Non sapevo come presentarmi a un buffone, e lui non accennava a un benché minimo di iniziativa. Invece faceva giochi di prestigio, foulard dai colori vivaci giostrati da un turbine di mani agili. Sembravo destinato guardarlo. Avrei potuto continuare a guardarlo, all'infinito, inutilmente, ma senza un avvertimento si fermò. E altrettanto bruscamente i foulard sparirono dentro le sue maniche e tolse la polvere dorata dai suoi palmi.

"Non sapevo che mio padre avesse un buffone," dissi.

"A quanto pare no," rispose.

"Non sapevo nemmeno di questa stanza."

"Davvero?" Il buffone mi sorrise, un sorriso che mi sbalordì. Quasi gli spaccava la faccia a metà con la sua irregolarità. Solo molto più tardi venni a sapere che il buffone conosceva questa stanza da dodici anni, tre anni in meno della durata di tutta la mia vita.

L'ESILIO

Dai miei diciassette anni in poi passai la durata del mio esilio sull'isola a forma di testa di cavallo, e mi dedicai all'inseguimento dei piaceri tra le abitudini più barbare. Si potrebbe persino dire che fui io a portare l'arte del piacere ai barbari, e a istruirli nella fragile pratica di soddisfare se stessi. Questa però è una rivendicazione poco importante. Non cerco di dimostrare il mio zampino in questa faccenda. Ad ogni modo, durante quegli anni mi dava un leggero conforto sapere che non avevo mai smesso di essere un principe, né l'avrei mai fatto. Questo mio titolo non è un'indulgenza verso me stesso, offertami da un diplomatico affettuoso o da un amico fortunato, né era qualcosa che avevo guadagnato per me stesso attraverso le mie capacità e la mia intelligenza. Sono nato principe, il che voleva dire che sarei stato un principe fino alla mia morte.

Questo mi soddisfaceva.

Il mio esilio era soltanto una formalità, quattro anni passati su un'isola appena fuori da una civilizzazione rispettabile. Se il re non mi avesse punito sarebbe apparso debole, sebbene per coloro che conoscevano il sistema e la legge, non si potrebbe anche dire che il re esibì debolezza permettendosi di venir governato dalle parole di uomini da lungo tempo morti? Crederò sempre che gli uomini di questo mondo che hanno la vera forza fanno quello che devono, non come i loro padri prima di loro. La storia è una cosa monotona presa per quello che sembra, certamente nessun uomo ha mai pensato di vivere la sua vita come esempio per gli altri, e nessuna cosa del passato può essere difesa o perseguitata—deve necessariamente essere entrambe le cose.

I miei maestri non desiderarono mai insegnarmi tutto questo, veneratori della storia come lo erano tutti; comunque non direi nemmeno che queste lezioni le imparai da me. I miei maestri erano strumentali. Loro stessi erano il centro su cui concentravo i miei studi.



Se desiderate studiare i modi dell'uomo, contemplate gli uomini dinnanzi a voi. Dedicatevi ai loro fallimenti e, se avete il tempo, ai loro successi, comunque quest'ultimo è il meno importante per districare la natura dell'uomo. Essendo in esilio, ebbi più tempo di quanto ne avessi bisogno per approfondire i miei studi, ma avevo passato da lungo tempo l'età dell'influenza, e avevo già formato la maggior parte delle mie opinioni più interessanti. Forse questo era ironico, ma non ritengo di aver sofferto una qualche ingiustizia specifica a causa di ciò.



Quello rimane di nota sul mio tempo trascorso sull'isola a forma di testa di cavallo è che modellai quello che il re aveva inteso essere la mia punizione in quello che era, in effetti, la mia vendetta. Conclusosi il primo anno, s'era venuto a sapere in ogni parte del campidoglio dorato che le feste a cui valeva la pena partecipare non erano, per la prima volta, quei prosaici eventi di corte offerti dal re ma piuttosto quelle che io, Ariston, davo per i miei amici criminali. In quei giorni si diceva che la dedizione all'intemperanza e all'indulgenza verso se stessi esibita da Ariston sull'isola a forma di testa di cavallo avrebbe potuto rivaleggiare persino con le gloriose celebrazioni frenetiche degli dei—anche se molto distante, l'isola era il cuore del grande regno. Nella seconda estate della mia sentenza persino coloro che avevano sostenuto la scelta di mio padre riguardo le punizioni, e in effetti lo avevano consigliato mandare via il suo figlio illegittimo per due volte di seguito, iniziarono ad arrivare sull'isola. Ero gentile, e gli permettevo di bere il mio vino e vezzeggiare i miei servi. Durante i mesi caldi li lasciavo sudare sulle mie poltrone e gli ricordavo alla mia maniera del loro errore, dato che sapevano che sarebbero dovuti ritornare, cosa che gli avvelenò il godimento delle cose.

Sull'isola a forma di testa di cavallo, a parte la giurisdizione della legge magnanima del re, non vedevo perché non sarei mai dovuto ritornare.

Queste feste non erano un crimine. Erano grandi orge, degne soltanto degli dei: le davo agli uomini mortali e mi baciavano i piedi per questo. Ero quasi il loro re, ma per quando se ne andavano mi stancavo della loro adulazione e delle loro inclinazioni più volgari.

Quell'inverno, lui venne—un altro esiliato, o forse uno dei nuovissimi trucchi di mio padre per ispirare in me tutte le più alte morali, un rispetto per la bellezza dell'anima. Non pensai mai di chiedere perché venne. Il suo nome era Sophus, benché io lo chiamassi solamente lo studente, e inizialmente non vedevo nulla di particolare interesse nel suo viso. Non era ancora famoso così come lo è adesso. In effetti per il primo mese dopo il suo arrivo non lo incontrai mai, né lui cercò mai di presentarsi a me. Ci incontrammo accidentalmente in uno dei miei nuovissimi giardini commissionati, costruito nello stile orientale sotto le istruzioni di un generale anche lui bandido all'isola. L'incontro accadde vicino a dei loti.

"Quando sei arrivato?" gli chiesi. Eravamo seduti presso il lago.

"Il primo giorno dell'undicesimo mese."

"Allora sei stato qui per più di un ciclo lunare completo," dissi. "Sei un ascetico? Un eremita? Hai qualche malattia?"

"Non posso confermare nessuna di queste accuse."

"Che cosa sei allora?"

"Mi sono appena laureato all'università. Non sono ancora nulla."

Non avevo tempo da sprecare con la sua eccessiva modestia, e così lo lasciai lì sotto agli aceri rossi. Passò un po' di tempo prima che avessi motivo di pensare di nuovo a lui.



Quell'inverno fu molto duro. Molti miei servi morirono, e quelli del mio gruppo o quelli che servivano i propri esuli che erano più abituati ai climi più caldi soffrirono i venti freddi che soffiavano sopra le acque. Io personalmente fui contagiato da una febbre e non lasciai la dalla mia villa principale. Sophus colse questa opportunità per farmi visita e arrivò per la prima volta avendo meno la sembianza di un pellegrino povero d'estate. Aveva della brina sui capelli e le sue guancie erano arrossate.

Non era certamente la grande bellezza che ero io. In effetti era un po' scuro—sua madre o suo padre devono essere stati di sangue comune, sebbene avesse un naso da re. Aveva la pelle olivastra, sul viso gli brillava una luce proveniente da una fonte nascosta, poiché non aveva nessuna caratteristica particolare con cui la sua faccia si potesse raccomandare.

Ammetterò che in quel momento la mia malattia prolungata mi aveva reso distintamente irritabile, e non ci andai leggero.

"Hai passato così tanti anni sui libri," lo sfidai. "Tuttavia non ti ho mai sentito dire nulla di memorabile del tuo teorizzare."

"Sto cercando di giungere a queste conclusioni," rispose. Era troppo criptico.

"Ti ci pago," dissi. "Filosofeggia."

Non aderì.

Ritornò il giorno seguente, con un aspetto piuttosto simile del giorno precedente. Passò molto tempo a non dire niente, leggendo tranquillamente a se stesso mentre io languivo nella noia e nel malcontento febbricitante. Ogni tanto sistemavo la compressa di garza fredda, dal profumo di lavanda, sulla mia fronte.

All'improvviso, lo studente parlò. "Siete giovane e molto bello," disse. "Dalla sola fisionomia si può dedurre che gli dei vi hanno favorito. Avete concluso il vostro tempo all'università come anche gli uomini inferiori devono, molti dicono che avreste rivaleggiato con tutti i vecchi filosofi, gli uomini più saggi e più grandi del nostro tempo. Nell'arte della retorica eravate particolarmente brillante."

"Dicono che il viso è uno specchio nella mente e nell'anima," risposi, "e la bellezza fisica dell'uomo è la mappa della bellezza nel suo cuore."

"Concordate?" mi chiese lo studente.

"No."

"Ma forse," azzardò lo studente, potreste ciononostante aiutarmi a districare una questione che mi affligge da molti anni."

Acconsentii che avrei tentato di aiutarlo, benché sentissi la pressione alle tempie e fossi a mala pena dell'umore.

Richiese allo studente un po' tempo prima che riuscisse a esprimere la sua domanda, ma la sua fronte scura non si corrugava come io mi aspettavo che facesse mentre pensava. Invece divenne molto liscia, e la sua espressione molto chiara, come se si fidasse che le parole, come i suoi vecchi amici, arrivassero solamente per amore di lui. Ero impaziente e in un certo considerevole disagio e mi domandavo se in effetti potesse essere un folle, e perché fosse venuto in questo posto di esilio, tanto per cominciare.

"Ci sono stati secoli di dibattito sulle virtù della persona amata paragonate alle virtù di colui che ama," iniziò lo studente. "I più grandi dei nostri filosofi, gli uomini più saggi per i quali questo mondo non è mai stato una casa, hanno fatto tutti le loro discussioni per quanto riguarda sia la condizione più divina, in modo che la prova coercitiva esistesse per entrambe le posizioni. Tuttavia se un uomo desidera essere giusto, come gli antichi gli hanno insegnato, quindi non può permettersi di venir trascinato da una parte o dall'altra—dato che al momento giusto e con le giuste parole, entrambe sembrano ugualmente vere. Come può un uomo riconoscere che cosa è veramente virtuoso?"

"Come può un uomo parteggiare per la purezza dell'anima della persona amata per essere degno di amore?," ripetei la sua domanda, "o per la chiarezza di quella di colui che ama per il suo discernimento?"

"Entrambe devono essere ugualmente elogiate, sembrerebbe," disse lo studente. "Tuttavia giungerà il tempo in cui ogni uomo prenderà la sua decisione."

"Non sei mai stato innamorato," dissi, sebbene la risposta fosse già abbastanza evidente.

"No," confermò lo studente.

Mi girai di schiena e finsi di essermi addormentato.

Nemmeno io.



Un po' di tempo dopo il nuovo anno, la mia consueta buona salute ritornò e per festeggiare riunii alcuni dei miei esuli favoriti, fra cui c'era un generale dall'est che mio padre aveva sconfitto in mare pochi anni fa. C'era inoltre un principe che veniva sempre in grande stile, vestito con gli abiti tradizionali del suo regno, i suoi occhi bordati di kohl¹ e i suoi servi caricati con dei regali, anche se il suo impero fu dissolto l'anno prima che io stesso fui bandido. A questa riunione invitai per la prima volta lo studente, che si mise a sedere alla mia sinistra, mentre il generale prese il posto alla mia destra. Aveva portato con sé come regalo dei pavoni, che spiegavano le loro piume gloriose e cercavano invano delle pavonesse da impressionare. Questi uccelli bianchi non erano niente di speciale da vedere e quindi il generale non ne aveva portati.

"È un peccato," disse il generale, "che questi, il più grande dei sessi, debbano competere per quello inferiore, e sono ciechi alle piume superiori dei loro colleghi. Non dovrebbero amare e cercare di soddisfare quelli dotati ugualmente di grande bellezza?"

Non avevo sentimenti per quest'uomo. Era bello come una statua e aveva dei denti molto fini, ma lo stesso si potrebbe dire della maggior parte dei cavalli, ed ero già piuttosto schizzinoso a riguardo.

"Quali sono i suoi pensieri," gli chiesi, "sul dilemma che ha afflitto i nostri filosofi per generazioni? È l'amante o l'amato il cui cuore è il più grande tesoro?"

"Temo di essere poco familiare con le vostre abitudini," disse il generale, "così come con le vostre filosofie."

"Il nostro amico può spiegarlo meglio di me," gli dissi, e feci un segno a Sophus affinché cominciasse.

Quello stesso sguardo lo dominò di nuovo, e non riuscivo a discernere se era qualcosa di ordinario o trascendente che lo agitava ogni volta che saltava fuori questo argomento. Certamente era consumato da questo antichissimo dibattito, su cui avevo letto molto, e di cui mi ero preoccupato pochissimo. Lasciai che il generale mi desse da mangiare dell'uva. Era giovane e aveva poche cicatrici per un uomo di guerra, e i suoi capelli erano di un nero più bluastro di quelli dello studente.

"Avete una simile abitudine alla nostra fra la vostra gente," disse infine lo studente, "riguardo l'amore fra un uomo più anziano e un ragazzo, fra l'amante e l'amato." Il generale annuì col capo. "È materia di un certo considerevole dibattito per decidere quale tra questi due ruoli sia il più sacro."

"La mia gente," disse il generale, "crede nell'equilibrio raggiunto soltanto fra due uomini. I loro legami karmici determinati da molte vite passate ha portato alla concordanza dei loro due spiriti, e negli involucri transitori dei loro corpi umani due uomini possono cercare di amarsi come ombre."

"Io prendo la posizione dell'amato," decisi allora. "Credo che essere l'amato è essere più vicino al divino—e l'amante ricerchi nel suo amato quello che nessuno tranne il suo amato può dargli, il sapore di ciò che solo gli dei possono conoscere per l'eternità."

"Allora l'amato non ha il coraggio o la passione di ricercare la divinità?" chiese lo studente.

"L'ha già fatto," risposi.

¹il kohl è una polvere orientale usata per scurire le palpebre.

I NIPOTI DI SOBO¹

Ci sono stelle nell'universo chiamate stelle di neutroni che hanno una densità di un miliardo di tonnellate per centimetro cubo. È come un nucleo atomico gigante. Se volete studiare le cose che sono troppo piccole per vederle, date uno sguardo alle stelle di neutroni. Ve lo diranno. Tutte le costruzioni microcosmiche del mondo che conosciamo, i suoi atomi e nuclei attaccati insieme dentro di noi, si rivelano nel macrocosmico multi-universo, nello spazio interstellare, in quelle orbite simili ad anelli di elettrone. Nucleo stellare, elettroni planetari.

Inoltre le stelle sono formate in coppie. Orbitano l'una intorno all'altra in stelle binarie proprio come le persone orbitano l'una intorno all'altra, o cercano di farlo, o vogliono farlo. Muoiono proprio come noi. Sono formate assieme in una nebulosa di luce e polvere, cilindri e dita di gravità che lavorano sulla materia. Alcuni di loro sono teste di cavallo, granchi, elmetti di guerriero. Tutte loro assomigliano a tube di Falloppio illuminate.

Alla fine, quando una stella di neutroni sprofonda a una densità infinita e senza alcun raggio, si trasforma in un buco nero. Sono coloro che inghiottiscono il tempo, i mangiatori dello spazio. Sono l'opposto della luce che è il firmamento, la valuta universale rapida e inviolata intorno alla quale spazio e tempo si curvano.

Per come la vedo, qualcuno disse una volta, il mio punto di vista è: se il cielo continua a riecheggiarci, o siamo noi che riflettiamo i sentimenti e le geometrie nati per primi nel cielo, allora anche i buchi neri devono avere qualcosa di specifico.

OK, OK. Che cosa, allora?

Per come la vedo, la morte. Dicono di questi buchi neri che una volta che arrivi là, nessuna luce ti può far ritornare indietro. Per il resto del mondo, sei una cosa in pausa. Come la morte, solo tu sai cosa accade all'interno. Una volta che sei arrivato là.

OK, OK. I buchi neri sono la morte.



Rasputin e io abbiamo lo stesso sobo, ma lei lo amava più di me e continuerà ad amarlo di più finché non morirà. Rasputin, dice lei mentre fuma la sottile sigaretta marrone. Oh, Rasputin.

Il discorso di Sobo è corto e facile da memorizzare. 'Rasputin. Vediamo, vediamo. La notte in cui Rasputin divenne una stella morì in cielo, ma era la stella più luminosa che fosse mai esistita. Questo è un segno. Capisci?'

Quello che vuole dire è che quella stella è Rasputin. Tutta quella luce accumulata e azionata nel cielo in tutte le direzioni con il tremito morente di quella stella, il suo penultimo rantolo, significa che Rasputin non è uno di noi. È più grande e più luminosa, ma accondiscende di camminare fra i nostri esseri celesti minori. Non so che cosa sta cercando Rasputin, perchè viene da noi.

'Il tempo non esiste,' dice sobo. 'Non separato da quello che accade come tempo. Il tempo è quello che le stelle ci hanno dato così forse, un giorno, noi capiremo.' Proprio come Rasputin, il tempo muove la sua magia nelle nostre vite.

Una volta pensavo che se potessi smettere di credere in Rasputin, allora non dormirebbe più nel letto accanto al mio con la bocca contratta anche nel sonno. Sarebbe la stella binaria di qualche altro ragazzo da qualche altra parte. Ma non puoi farlo per le stelle, non puoi farlo per il tempo, non puoi farlo per la morte. Queste cose esistono, incredibilmente scivolose per capirle, ma esistono. Non capirle non significa che sono meno reali. Studiare le cose che non capisci. Alla gente piace voltarsi verso le stelle e vedere tutto quello che è riconoscibile. Per migliaia di anni hanno osservato il cielo.

Così mi ci sono abituato.

Rasputin, nato nella notte della stella morente, è scuro, il più vecchio e al cento per cento silenzioso. Un muto. Sua madre non è mia madre, suo padre uno zio che non ho mai incontrato. Un sacco di cugini, la casa di sobo con molte stanze e invecchiata, e io il secondo più vecchio destinato ad essere la stella più piccola per il migliore dei suoi nipoti.

Il giardino e il loto e l'aconito. L'arco d'uva. Il verde terreno ondulato.

Siate ubbidienti e laboriosi e fate bei sogni, così il giorno in cui vi sveglierete potrete essere brillanti, ragazzi.



Questi sono nipoti di sobo.

Sirio è intelligente ma non abbastanza intelligente per capire perchè Orione lo picchiava. Sobo dice che questo era prima che Orione imparasse a controllare la sua rabbia, e adesso che è più vecchio e può farlo, picchia invece altra gente al posto di Sirio. Come me, due volte. Non stavo facendo nulla, mi stavo solo facendo i fatti miei, ma dopo la seconda volta ho imparato a farmi meglio i fatti miei. Comunque sono più giovani ma funzionano bene insieme, in un modo che io e Rasputin non riusciamo. Evidentemente questo picchiare la gente, dice sobo, è come dovrebbe essere.

Cefeo lo chiamiamo tutti Cef e sobo dice che ha ottimi istinti per le cose che crescono, che Dio aiuti quel ragazzino. Il suo gemello è Altair, che è piccolo e capisce i concetti, in cui la magia accade. Per conoscere qualsiasi cosa dovete prima amare il cielo, sebbene abbia una musica oppressiva. C'è sempre una stella più luminosa sebbene, quando siete giovani, a volte non sia ancora evidente quale sarà la stella più luminosa. Cef e Altair sono ugualmente calmi e Cef è solo un po' più grande se guardate bene. Sono ancora troppo giovani. Neanche sobo lo può vedere.

Infine Polluce, che è in attesa di una seconda stella. Forse Polluce sarà solo Polluce e nessun altro, solitario come il sole, per sempre. Quello dipende dai figli di sobo.

Mi chiedo se accetterei il destino del sole, o è il reticente Rasputin una compagnia migliore piuttosto che non avere nessuno? Sobo mi lascia rotolare la sua sigaretta come se conosca cosa mi sto domandando dentro di me. Meglio non pensarci, Palomar, dice praticamente.

¹sobo significa nonna in giapponese.

LA CASA SEGRETA

Pioggia. Pioggia meschina, pioggia testarda. Le strade grigie erano diventate ancora più grigie. Anche nei posti al riparo dalla pioggia, tranquilli e cupi, c'era sempre un suono sgocciolante. Se non fosse per questi ritmi irregolari, l'inesorabilità del tempo per i giorni e giorni, niente fuori dall'ordinario sarebbe accaduto. Era soltanto pioggia. Ma la pioggia ha un effetto bizzarro sulla gente, rende un po' crudeli e un po' disperati. La città rallentava, le sue vene pigre e gonfie per eccesso d'acqua. La gente o lasciava il lavoro prima o non ci andava proprio. Rimanevano a casa, mangiavano e dormivano, guardavano la pioggia da dietro le finestre. Nei complessi residenziali si formavano curiose alleanze contro la pioggia. E chiunque vicino abbastanza alla Casa Segreta era preso dall'improvviso desiderio di lasciar andare i vecchi segreti.

Impermeabili. Ombrelli. Stivali di gomma. Uomini e donne e alcuni ragazzi, e anche alcuni ragazzi che pensavano di non esserlo più ma che ancora lo erano. La fila si incurvava intorno alla Casa, ammucchiata sotto le tende o le strade lì sopra. Proprio come in una bufera di neve quando la gente fa sesso come pazzi e circa nove mesi più tardi l'ospedale si riempie di neonati. La gente aveva questo istinto, questo impulso feroce e animalesco. Il maltempo lo tirava fuori dalla gente. Forse ricordava loro di un tempo quando i denti erano più appuntiti, quando una volta tutto si basava su ripari primitivi e sopravvivenza. Non mi importava nulla di queste cose. Il fatto era che non sono mai stato più occupato di così prima d'ora. Non dormivo. A mala pena mangiavo. Giorno e notte, le loro voci echeggiavano giù dal Fumaiolo e arrivavano fino a me. Avevo in una mano il caffé istantaneo. L'altra, stirandosi, fletteva le nocche per schioccarle e tuttavia le dita battevano a macchina. Uno di questi giorni avrei riparato il sistema in modo da non dover più battere a macchina, e il piccolo cavo che partiva dalla tastiera e finiva nella mia nuca potrebbe essere eliminato per sempre. Quando non c'era, non avevo mai avuto bisogno di fare questo. Battevo a macchina davvero velocemente.

Dove pensavano che finissero i loro segreti quando li sibilavano contro la Porta? Non c'è dubbio che tutti avessero un'idea diversa su chi viveva nella Casa Segreta, o su cosa. E perchè. Immagazzinavo tutte le loro confessioni, avevo una capienza infinita per questi, ognuna archiviata per data nel vecchio cervello. Non c'era un momento in cui esaurivo lo spazio. Quello non era chi ero. Da quando ho iniziato questo lavoro quindici anni fa -- quindici anni di segreti, quindici anni della Stanza -- c'era un'unica grande verità per tutto questo ammasso di bugie. Tutti questi segreti, moriranno con me. Poi qualcuno li rimuoverà abilmente dalla parte posteriore del mio cranio, li inserirà con una spina nel suo, e tutto ricomincerà daccapo. Quella era la procedura. Capii che, se non mi ero ancora annoiato, allora probabilmente non lo sarò mai. Non era così male. Buio, forse. Spasmi alla mano. Ma una volta diventata una routine, era impossibile trovare una via d'uscita. Aveva qualcosa di veramente soddisfacente. Dormivo sempre come un ghiro, non ero mai affamato.

Tranne quando pioveva. La pioggia ha posto molti problemi. Tanto per iniziare, tutte queste persone tutte in una volta. Disperati per far uscire tutto fuori dai loro sistemi: attesa, epurazione e congedo. La pioggia, la pioggia. "Non l'ho mai amata." "Non lo sa -- ma non sono suo figlio." "E poi me ne sono andato, senza dire niente a nessuno." Non crederesti mai a quanto ridicoli possono essere i segreti, separati dal loro contesto. "Non sono davvero ammalato. Voglio solo che le persone... sai." "Allora dissi che l'avevo visto, ma non avevo visto nessuno. Aveva l'aspetto di un assassino -- tutto qua." "Con entrambe le sorelle; ho dormito con le sue due sorelle." E le mie dita inseriscono tutto. Segreti che pulsano attraverso il cavo. Segreti che si tuffano nel piccolo foro rotondo del mio cranio. A volte ricevo confessioni di omicidi. "Con un cuscino." "Con un coltello." "L'ho lasciato là." "Non potevo sopportarlo, non ce la facevo più." La Casa Segreta è territorio neutro, una collezione imparziale di segreti. Non è un tribunale. Puoi dire quello che vuoi e il Fumaiolo lo porta verso la sicurezza e sei libero. Ecco come funziona. Ma quando arriva una confessione di omicidio -- e qui è la parte che nessuno conosce -- è il mio lavoro mandare un piccolo segnale di pericolo. Non do informazioni o altro. Ho solo segreti e date che non significano molto. Eppure, il sistema fa parte di un sistema più grande. Non si lascia un crimine irrisolto. Non si lascia un crimine impunito. Non si può usare un segreto come prova. Il punto è che la città si tiene al corrente delle cose. Non le voci o le facce o i nomi, ma determinati atti. E io sono una frazione di ciò.

Così ascoltavo gli sfoghi della gente per circa trentadue ore consecutive. Quattro omicidi a quel tempo. Insolito, ma tenendo conto della concentrazione con cui stavo trattando, non ero sorpreso. Il segnale di pericolo partiva quattro volte. Si sarebbe fatto qualcosa a proposito oppure niente. Ci sarebbero stati gli interrogatori dei parenti, degli amici. Se le cose erano davvero bizzarre, la Pattuglia avrebbe investigato. Alla fin fine il corpo sarebbe stato raccolto e se ne sarebbero occupati. Precisi al livello più basilare. Nemmeno a me piaceva l'idea di corpi che giacevano nelle strade. Le cose ora erano più ordinate. La gente poteva avere grandi o semplici motivi per conformarsi. Io, non mi piaceva l'odore.

E poi ci fu la voce. Venne ballando giù dal Fumaiolo, selvaggia, timida e confondendosi con il proprio eco. Disse, "Ho avuto dei gemelli. Ho avuto dei gemelli, e nessuno lo sa."

ERA SUL SERIO UN MONDO GALLEGGIANTE

Era sul serio un mondo galleggiante. Avanti e indietro su un pendolo, un disco metallico di un argento velato che si oscurava come le nubi della pioggia. Per i cittadini di questo mondo galleggiante, i giorni trascorrevano in una grigia successione. Ogni tanto erano illuminati dai neon rossi, le scosse e le incandescenze di luce dal quartiere del piacere, sempre sveglio dall'alba all'alba. Quelle erano le luci più luminose e balenavano sempre. In caso contrario, il mondo galleggiante aveva da lungo tempo oltrepassato il sole. Gli edifici grigi si appoggiavano gravosamente l'uno contro l'altro. Fra loro si insinuavano le strade e c'erano sempre porte, porte, porte. I giorni del mondo galleggiante erano fatti per le transazioni terrene e le notti erano fatte per sognare. Alla fine imparavamo ad essere più responsabili della nostra vita nei sogni piuttosto che in qualsiasi altro luogo. Quello che facevamo nei sogni all'improvviso diventò la cosa più importante. Questi sogni iniziarono a gocciolare e sanguinare l'uno dentro l'altro prima che ce ne accorgessimo. Questi sogni iniziarono ad avere più significato di quello che facevamo mentre non sognavamo. E, abbastanza presto, quello che facevamo mentre dormivamo alterò la nostra vita -- perché quello che facevamo mentre dormivamo diventò la nostra vita. Quando eravamo svegli progettavamo i nostri sogni. Alimentavamo i nostri io svegli per alimentare i nostri sogni. Quando consumavamo i nostri sogni, naturalmente consumavano noi a loro volta. Per i cittadini di questo mondo galleggiante, mentre il mondo oscillava dentro e fuori da una diluita luce solare distante nel cielo, si spiegavano due vite per ogni persona che realmente viveva. Eravamo ovviamente responsabili dei nostri sogni. Eravamo responsabili di quello che ci facevamo all'interno dei nostri sogni. Ma era questa la proprietà più intossicante di tutte. Come poi risultò, l'unico modo di toccarci era trovarsi mentre sognavamo. In mezzo ai nostri sogni, i cittadini del mondo galleggiante si trovavano.

Naturalmente questa sistemazione era destinata prima o poi ad arrivare a una qualche conclusione irrevocabile. Era solo una questione di tempo. Illuminati dai rossi momenti statici dal quartiere del piacere, i cittadini di questo mondo galleggiante sognavano nuove vite. Avanti e indietro su un pendolo, un disco metallico di un argento velato che si oscurava come le nubi della pioggia.

Quella sera, nel mio sogno, trasformai una roccia in un uomo. Forse lo feci per caso, un impulso subcosciente. Tuttavia sapevo di essere responsabile di quello che facevo mentre sognavo, proprio come ero responsabile delle mie azioni nel sogno tanto quanto delle mie azioni in qualsiasi altro luogo. Se trasformassi una roccia in un uomo, allora le conseguenze erano mie da affrontare. Non soltanto quello, ma erano anche le sue conseguenze. Era qualcosa a cui avrei dovuto pensare in anticipo, ma nei sogni i pensieri sono già azioni. Chissà da dove veniva il paesaggio, o su quale sogno della roccia mi ero inciampato per caso. Queste erano cose che da lungo tempo avevo cessato di interrogare. All'inizio pensavo di essere da solo. Nei miei sogni ero spesso da solo. Mi era difficile condividerli. Oltre me, c'era un fiume, la roccia e un cielo pallido dello stesso colore della parte interna di una vongola. Nubi che erano alla mercé di un rossore. Mi inginocchiai per sentire l'impeto freddo del fiume. Ultimamente nei miei sogni era la stagione delle piogge, ed ero riconoscente per il tempo sereno e nitido.

Poi c'era la faccenda della roccia. Non ero ancora sicuro se l'avessi fatto apposta o no. Neanche dopo che l'avevo fatto. Neanche dopo che mi ci ero appoggiato, premendo i palmi e una guancia contro la superficie di pietra inesorabilmente irregolare. Prima c'era una roccia e poi c'era un uomo. Era veramente così semplice. Gli avevo dato vita nei miei sogni come, nelle vecchie storie, una vedova afflitta o uno sciamano con i pugni stretti che evoca un fantasma. Perché volevo un uomo di roccia? Era diventato evidente che io non mi conoscevo. Non riuscivo a capire il mio cuore, neppure nel paesaggio dei miei sogni. Tuttavia non era il momento di pensare a questi dilemmi complicati della vita umana. Già percepivo che il mio sogno si stava avvicinando alla sua inevitabile conclusione, almeno per la notte.

Studiai la mia creazione.

La roccia che avevo trasformato in un uomo aveva una faccia simile a una lastra di roccia, cosa che non era particolarmente sorprendente. Il naso, le guance, il mento e perfino la fronte avevano un aspetto frastagliato e cesellato, con l'irregolarità di una vera cesellatura, non solo una metafora dura. Aveva le spalle ampie ed era del tutto costruito, ancora non sorprendentemente, come una roccia. Lo guardai e seppi subito che questo era l'inizio di un considerevole problema. Sarebbe stato impossibile evitarlo. Il modo in cui stava lì, piedi piantati saldamente a terra, era come se l'avessi trasformato da un albero piuttosto che da una roccia. Era come se avesse delle radici. Stava lì con la convinzione e la cocciutaggine di una montagna.

All'inizio volevo presentarmi. Molti dettagli preoccupanti mi vennero in mente prima che riuscissi a parlare. Le nostre lingue sarebbero state le stesse, o saremmo stati costantemente in disaccordo con due lingue tra di noi? Forse non poteva parlare affatto. Forse non c'era nulla tranne la roccia fra le sue orecchie, nessun canale attraverso cui il suono passasse e riverberasse, nessun canale attraverso cui passassero i pensieri e li collegasse tra loro. Come poi risultò, queste erano preoccupazioni superflue. Come poi risultò, l'uomo di roccia era molto intelligente. Non furbo o malizioso, l'uomo di roccia aveva tutta la saggezza decisiva e ponderosa di una roccia.

Gli offrii la mano sinistra che agitò solennemente.

"Qual è il tuo nome?" chiesi.

"Non ne ho uno," rispose.

"Nemmeno io," dissi. "Nemmeno io. Da dove vieni?"

"Non lo so."

"Non lo sai?"

"Beh." L'uomo di roccia sospirò con un rimbombo delle spalle; il tutto era come una frana. "Ero una roccia..."

"Davvero. È una cosa buona. È meglio che sapere di provenire da un posto terribile, un posto che non riesci a farti piacere."

"Ah sì?"

"Io vengo da una qualche città a cui nessuno si è preoccupato di dare un nome, nel mondo galleggiante," spiegai. "Penso che qualcuno ci abbia dato un numero una volta -- comunque nessuno se lo ricorda. Ormai non importa più. Per dodici ore oscilla abbastanza vicino al sole in modo che la luce solare ci raggiunga, un genere pietoso di luce solare, ma che ci puoi fare? Cioè, non è che si può dire al sole di brillare di più o di venire più vicino. Poi, per le restanti dodici ore, l'intero posto è completamente fuori dalla portata del sole. Totalmente, al cento per cento nero. Ecco perché sono qui." Era un evento raro che io parlassi a qualcuno così spesso o così apertamente, sveglio o in sogno. Forse il motivo per cui mi sentivo così a mio agio con lui era perché l'avevo creato. Era proprio come parlare a una roccia, se la roccia avesse occhi e un modo facile di respirare.

"Capisco," disse l'uomo di roccia. "Sogni."

"Che cosa sognano le rocce?"

L'uomo di roccia aprì la bocca per rispondere. I suoi occhi erano di un duro colore siliceo. Quando pensava duramente, duro com'era una volta, i suoi occhi erano di un colore simile a quello delle scintille che stanno per divampare. Sentivo che mi stavo chinando in avanti. Ero desideroso di sentirlo. "Non me lo ricordo," disse alla fine.

Il sogno si concluse così.

PERCHÉ HO CATTURATO L'OMINO DEL SONNO

Non è più qui, ma sicuramente avevo un gemello una volta. Siamo nati insieme ed è quello che conta. So che è vero, che lui è reale, perché ho una pallida cicatrice sul fianco simile alla curvatura di un dito. Era lì dove eravamo uniti--proviene dai mesi che abbiamo trascorso insieme nell'utero.

L'unica volta in cui sono stato abbastanza stupido da parlare di mio fratello gemello ai miei genitori, ho usato quella cicatrice simile a un verme come prova. "Hai avuto un incidente quando eri molto piccolo," disse mia madre. Ma potevo vedere i suoi occhi tracciare angoli nervosi in un punto lontano sopra la mia spalla. Non ho più parlato di lui. I miei genitori, era divenuto chiaro, mi stavano nascondendo qualcosa.

Ecco perché ho catturato l'Omino del Sonno.

Non c'è un modo comunemente accettato per catturare l'Omino del Sonno. Non che sia stato scritto molto sull'argomento; tanto meno a riguardo di tentativi riusciti. "L'Omino del Sonno è un donatore sfuggevole di sogni e prende le somiglianze di quello che concede. Non è più che un'ombra, un istinto. Una foschia sulla finestra." Tuttavia avevo un vantaggio sui miei predecessori, perché avevo già visto una volta l'Omino del Sonno. È stato un minuto prima del mio settimo compleanno.

Sapevo com'era l'aspetto dell'Omino del Sonno. Sorprendentemente era giovane e indossava un alto cappello blu. Sul suo bavero c'erano delle stelle. Dalla sua piccola borsa sbucava fuori un gatto enorme. C'erano delle stelle che gli dondolavano dalle orecchie. Non ho detto nulla, ma lui sapeva che lo stavo guardando. Immagino che non gli importasse. Immagino che fosse pronto per me. Anche sette anni più tardi mi stava aspettando. Quindi suppongo di non averlo davvero catturato, dopotutto. Forse aveva scelto la stessa notte che pensavo di aver scelto, e tutta la cosa era prestabilita, solo per farmi strisciare dentro la sua piccola borsa. Ma quando si comincia a pensare così, non si conclude niente. Preferisco pensarla così: ho catturato l'Omino del Sonno. E ho trovato mio fratello gemello.

Dove avevo sentito per la prima volta dell'Omino del Sonno? L'uomo che vendeva pesce me lo raccontò. Era passato da poco il mio decimo compleanno e per la prima volta mia madre mi mandò a comprare il pesce per cena. Ho dato all'uomo che vendeva pesce la quantità appropriata di soldi. In cambio, lui mi ha dato la quantità appropriata di pesce. Mentre sua moglie portava il pesce nel retro per tagliare gli organi interni, l'uomo che vendeva pesce mi chiese se avevo mai visto l'Omino del Sonno.

"Chi?" chiesi.

"L'Omino del Sonno," ripeté l'uomo che vendeva pesce. "L'hai mai visto? Ha un alto cappello blu e porta delle stelle come orecchini."

"Allora era lui quell'uomo, quella notte."

"Allora l'hai visto?"

"Sì. L'ho visto."

"Immaginavo che l'avessi visto." L'uomo si leccò le labbra come se stesse leccando un francobollo, come se volesse spedirmi una lettere lunga e importante. "Per catturare l'Omino del Sonno," mi disse l'uomo che vendeva pesce, "devi chiedergli una domanda a cui non sa rispondere."

La moglie dell'uomo che vendeva pesce (e pure lei vendeva pesce) ritornò con la cena di mia madre. Tutta la cosa mi puzzava. Mi consegnò il pesce, avvolto in carta marrone, e mi salutò. Non ho più accennato questa conversazione con l'uomo che vendeva pesce, né una seconda né una terza volta, e tanto meno né una quarta né una quinta volta. Ho solo presupposto che lui abbia visto l'Omino del Sonno una volta, proprio come me. Ma ha detto solamente a me come catturare l'Omino del Sonno. Sarebbe stato carino se mi avesse anche detto come trovare l'Omino del Sonno.

Anche questo è il perché, più o meno quattro anni dopo, ho catturato l'Omino del Sonno.

Non sarebbe servito a niente fare finta di dormire. Nessuno poteva ingannare l'Omino del Sonno in quel modo. L'Omino del Sonno si insinua tra due mondi--quello dove sai quando sei sveglio e quello dove confidi nei sogni--quel ponte che attraversi prima di addormentarti. Quel momento in cui i tuoi pensieri iniziano a formarsi senza che tu pensi. L'intera struttura del tuo conscio si scioglie. Le frasi diventano indistinte. Ogni idea prende vita propria. Questo è il luogo reale, anche se è solo una transizione. È una sosta e prospera grazie alla sua fugacità. L'Omino del Sonno si insinua in questo mondo. Nessuno ci crede da sveglio, ma lui non è un sogno. Ha un alto cappello blu e porta delle stelle come orecchini.

Mi ci sono voluti quei quattro anni per vederlo una seconda volta: ai piedi del mio letto, proprio quando mi ero quasi perso nel sonno. Era lì. Ancora con quel gatto che gli sbucava fuori dalla borsa.

"Dov'è mio fratello gemello?" chiesi all'Omino del Sonno. "Dov'è?"

"Non posso risponderti," replicò l'Omino del Sonno.

Ed è esattamente così che l'ho catturato. 

 

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